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Universita’ di Torino- 33 lavoratori della COOP CULTURE licenziati!

Lavoro, lotte scuola, università, ricerca Nessun Commento »
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COOP CULTURE LICENZIA 33 LAVORATORI DEL SERVIZIO REFERENCE DELL'UNIVERSITA' DI TORINO

Con un breve fax datato 15 Maggio la cooperativa Coop Culture ha annunciato il licenziamento dei 33 lavoratori e lavoratrici del servizio reference dell'Università di Torino. Invoca come scusante il mancato rinnovo dell'appalto in scadenza il 31 Maggio.

Peccato che l'atto che proroga l'appalto fino al 31 Dicembre sia stato deciso dall'Università il 23 Aprile e, quindi, non possa essere sconosciuto alla cooperativa stessa.

La realtà è che Coop Culture vuole andarsene da un appalto dove non guadagna più come un tempo.

La stessa Coop Culture lo confessa nel suo fax quando sostiene l'impossibilità di far fronte alla prosecuzione di un appalto dove non ritiene di guadagnare abbastanza. Oggi infatti Coop Culture ha investito negli affidamenti diretti di musei e siti culturali e ha deciso di abbandonare tutti gli appalti non abbastanza fruttuosi.

Così a Torino manda 33 famiglie per strada dichiarando preventivamente che non ha posti dove metterli.

La FLAICA-CUB non ci sta a quest'ennesima dimostrazione dell'arroganza dei padroni delle cooperative.

Oggi stesso proclamiamo sciopero a tempo indeterminato con presidio permanente nell'atrio di Palazzo Nuovo a partire dalle 9 di domani 17 Maggio 2013.

Invitiamo tutte le componenti dell'Università, tutto il mondo della cooperazione, tutti coloro che sono disponili a sostenere questa battaglia per il lavoro e la dignità e per porre un argine al dispotismo dei padroni delle cooperative.

Torino, lì 16 maggio 2013

per la FLAICA-CUB
Stefano Capello
Per info 3318715306

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Aggiornamento

Comunichiamo che domattina, 17 Maggio 2013, l'assemblea dei lavoratori di CoopCulture licenziati e dei solidali si terrà, sempre alle 9, ma presso la CUB in Corso Marconi 34 – secondo piano.

Per dare conto della gravità della situazione basta considerare che, se non si troverà una soluzione, chiuderanno le biblioteche di:

  • Scienze letterarie

  • Filologia classica

  • Arte

  • Filosofia

  • Scienze dell’educazione

  • Lingue straniere

  • Orientalistica

  • Scienze religiose

  • Centrale lettere

  • Polo biologico

  • Centrale medicina

  • Medicina polo San Luigi

  • Neuroscienze

  • Odontostomatologia

  • Antropologia.

Per la Flaica CUB

Andrea Guazzotto

cell. 3398563940

------------------------

FLAICA UNITI – CUB

FEDERAZIONE LAVORATORI AGRO-INDUSTRIA COMMERCIO E AFFINI UNITI

Corso Marconi 34, 10125 Torino

Tel/fax 011.655.897

flaica@cubpiemonte.org

www.cubpiemonte.org

Pubblicato giovedì 16 maggio 2013

Il terrorismo a Boston e in Venezuela

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Introduzione

Due importanti attacchi terroristi hanno avuto luogo quasi contemporaneamente: a Boston, due terroristi ceceni fanno esplodere degli ordini durante l’annuale maratona uccidendo tre persone e ferendone 170, in Venezuela dei terroristi-sostenitori del candidato presidenziale sconfitto, Henrique Capriles, assassinano 8 persone e ne feriscono 70 tra i sostenitori del candidato vincitore Nicolas Maduro del Partito Socialista, durante gli attentati a 8 cliniche e diversi sedi e abitazioni di iscritti al partito.

Nel caso di Boston, la frenesia terroristica ha provocato un’ulteriore morte: quella di uno degli attentatori; in Venezuela, alcuni dei terroristi sono in arresto, ma i loro mentori politici sono ancora liberi e attivi: in realtà sono ora presentati come “vittime della repressione” da parte dei media americani.

Esaminando il contesto, le politiche, le risposte dei governi e il trattamento riservato dai mass media a questi atti terroristici, possiamo afferrare il significato più ampio del terrorismo e come esso si rifletta non solo nell’ipocrisia del governo degli Stati Uniti e dei mass media ma nella politica di fondo che incoraggia il terrorismo.

Contesto del terrorismo: dalla Cecenia a Boston, un gioco pericoloso

La Cecenia è stata terreno di scontro armato per oltre due decenni, contrapponendo lo Stato laico russo ai separatisti fondamentalisti islamici locali. Washington, che usciva vincitore dal recente armamento e finanziamento degli jihadisti musulmani in una guerra contro il regime laico afgano sostenuto dai sovietici nel 1980, ampliava il suo programma di aiuti in regioni musulmane dell’Asia centrale e del Caucaso della ex Unione Sovietica. Alla fine la potenza militare russa sconfigge i signori della guerra ceceni, ma molti dei loro seguaci fuggono in altri paesi, unendosi nella lotta armata a gruppi estremisti e islamisti in Iraq, Pakistan, Afghanistan e poi in Egitto, Libia e ora Siria. Pur accettando i fini occidentali, in particolare USA, di combattere avversari dell’impero statunitense, l’obiettivo finale degli jihadisti era ed è quello di instaurare un regime clericale (islamico). Washington e gli europei hanno portato avanti un gioco pericoloso: mentre usavano i fondamentalisti islamici come truppe d’assalto per sconfiggere i nazionalisti laici, pianificavano di scaricarli in favore di regimi neo-liberali musulmani “moderati” o stati clientelari laici.

Questa politica cinica ha fallito ovunque: anche negli Stati Uniti. I fondamentalisti in Afghanistan hanno preso il potere quando i sovietici sono stati estromessi. Si sono opposti agli Stati Uniti, che a loro volta hanno invaso l’Afghanistan dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, e si sono impegnati con successo in una guerra di logoramento di 12 anni con Washington e la NATO, generando alleati potenti in Pakistan e altrove. Le aree controllate dai talebani in Afghanistan servono come basi di addestramento e sono un “faro” per i terroristi di tutto il mondo.

L’invasione statunitense dell’Iraq e la caduta del presidente Saddam Hussein ha portato a dieci anni di terrorismo di Al Qaeda e di altri gruppi fondamentalisti in Iraq, spazzando via l’intera società laica. Nel caso della Libia e della Siria, gli eserciti della NATO e dello Stato del Golfo hanno notevolmente ampliato gli arsenali dei terroristi fondamentalisti del Nord e della zona sub-sahariana e del Medio Oriente. I terroristi fondamentalisti sponsorizzati dall’Occidente erano direttamente collegati agli attentatori dell’11/9 a New York e Washington e ci sono pochi dubbi che il recente attentato ceceno a Boston sia prodotto dall’ultima ondata di fondamentalismo sostenuta dalla NATO in Nord Africa e nel Medio Oriente.

Ma contro ogni evidenza, i terroristi ceceni sono visti dalla Casa Bianca come “combattenti per la libertà”, impegnati a liberare il loro paese dai russi… Forse dopo l’attacco terroristico di Boston, la valutazione cambierà.

Venezuela: Presentando il terrorismo come “dissenso pacifico”

Il candidato dell’opposizione, sostenuto e finanziato dagli Stati Uniti, Henrique Capriles, è stato all’altezza della sua reputazione di politico violento. Nel periodo che ha preceduto il fallimento della sua candidatura alle elezioni presidenziali venezuelane del 15 aprile, i suoi seguaci hanno sabotato le linee elettriche causando blackout nazionali frequenti. I suoi sostenitori tra le elite hanno accumulato merci di prima necessità causando carenze e hanno ripetutamente minacciato la violenza se l’elezione non fosse stata a loro favorevole. Con più di 100 osservatori internazionali delle Nazioni Unite, della Commissione europea e del Jimmy Carter Center a certificare le elezioni venezuelane, Capriles e i suoi accoliti hanno scatenato le loro bande per la strada, colpendo gli elettori socialisti, i contadini, le cliniche, i progetti di edilizia abitativa a basso reddito di recente costruzione e i medici e gli infermieri cubani.

Il “terrore bianco” ha provocato 8 morti e 70 feriti. Oltre 135 teppisti di strada di destra sono stati arrestati e in 90 sono stati accusati di crimini, cospirazione e istigazione all’omicidio e distruzione di proprietà pubblica. Le credenziali politiche violente di Capriles, risalgono almeno a un decennio addietro, quando giocò un ruolo importante nel sanguinoso colpo di stato che rovesciò temporaneamente il presidente Hugo Chavez nel 2002. Capriles guidava una banda di sgherri armati e assaltò l’ambasciata cubana, “arrestando” i ministri del Governo legittimo che vi si erano rifugiati. Dopo l’opposizione congiunta del movimento di massa militare e popolare, il Presidente Chavez venne restaurato e Capriles posto in arresto per violenza e tradimento. Il coraggioso Procuratore generale venezuelano, Danilo Anderson, era in procinto di perseguire Capriles e diverse centinaia dei suoi sostenitori terroristici quando è stato assassinato da un’autobomba: innescata dai sostenitori del fallito colpo di stato.

Nonostante il camuffamento della campagna elettorale, in cui Capriles si è perfino denominato un candidato del “centro-sinistra” e un sostenitore di molte delle “missioni sociali” del presidente Chavez, i suoi stretti legami con le cellule terroristiche sono venuti alla ribalta non appena è stata annunciata la sua sconfitta elettorale e diffuso il suo appello per un’azione violenta. La sua minaccia appena velata di organizzare una “marcia di massa” e sequestrare la sede degli uffici elettorali è stata revocata solo quando il governo ha ordinato alla Guardia Nazionale e alle Forze Armate lo stato di allerta. Chiaramente le tattiche terroristiche di Capriles sono arretrate solo di fronte alla forza maggiore. Quando i militari si sono posti in difesa della democrazia, non cedendo al ricatto terrorista, Capriles ha temporaneamente sospeso l’attività violenta e raggruppato le sue forze, reindossando il volto giuridico-elettorale del suo movimento.

Risposte al Terrore: Boston e Venezuela

In risposta all’attentato terroristico di Boston, la polizia locale, statale e federale sono state mobilitate e hanno letteralmente spento tutta la città e le sue reti di trasporto, procedendo a un’ampia e massiccia “caccia all’uomo”: i mass media e l’intera popolazione sono stati trasformati in strumenti di un’indagine da stato di polizia. Interi isolati e quartieri sono stati setacciati da migliaia di uomini delle forze di sicurezza pesantemente armati che sono andati casa per casa, stanza per stanza, cassonetto a cassonetto alla ricerca di un ferito 19enne matricola universitaria. Un allarme terrorismo è stato diramato in tutto il Paese e attivate tutte le reti di polizia e le agenzie di intelligence nella ricerca dei terroristi assassini. I media e il governo hanno mostrato costantemente foto delle vittime, sottolineando le terribili ferite e la criminalità atroce del gesto. Era impensabile discutere l’aspetto politico dell’atto: è stato presentato come un atto di terrore politico puro e semplice, diretto a “intimidire il popolo americano e il suo governo eletto”. Ogni funzionario del governo ha chiesto che chiunque, anche solo lontanamente legato al reato o ai criminali, di presentarsi alla legge.

D’altra parte e in coincidenza con l’attacco a Boston, ai terroristi dell’opposizione venezuelani che hanno lanciato il loro assalto violento contro i cittadini e le istituzioni pubbliche, è stato dato sostegno incondizionato da parte del regime di Obama, che ha sostenuto che gli assassini erano “veri democratici che cercavano di mantenere libere elezioni”. Il Segretario di Stato Kerry ha rifiutato di riconoscere la vittoria elettorale del presidente Maduro. Nonostante la carneficina, il governo venezuelano non ha dichiarato la legge marziale: al più la Guardia Nazionale e la polizia lealista hanno applicato la legge e arrestato decine di manifestanti e terroristi; i primi – quando non direttamente legati alla violenza – sono stati rapidamente rilasciati. Inoltre, nonostante la certificazione a livello internazionale delle elezioni da parte di oltre 100 osservatori, il governo Maduro ha ammesso la richiesta principale di riconteggio elettorale, nella speranza di evitare ulteriori spargimenti di sangue a causa delle destre.

La risposta dei media USA

Tutte le principali agenzie di stampa occidentali, nonché i quotidiani più “rispettabili” (Financial Times, New York Times e il Washington Post), hanno presentato gli assassini politici venezuelani come “manifestanti pacifici” che hanno tentato di esprimere il loro dissenso. In altre parole, Washington e l’intero sistema dei media ha mostrato tutta la sua forza a favore del terrore politico perpetrato nei confronti di un governo democratico avversario, pur invocando la legge marziale per un atto brutale, ma limitato, di terrore negli Stati Uniti. Washington apparentemente non fa il collegamento tra il suo sostegno al terrorismo all’estero e la diffusione del terrorismo negli Stati Uniti.

I media degli Stati Uniti hanno chiuso ogni discussione sui legami tra i gruppi terroristici ceceni, con base negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e le figure neoconservatrici e sioniste di spicco, tra cui Rudolph Giuliani, Richard Perle, Kenneth Adleman, Elliott Abrams, Midge Dector, Frank Gaffney e R. James Woolsey, tutti esponenti del sedicente “Comitato americano per la pace in Cecenia” (ribattezzato dopo la strage di Beslan, Comitato per la pace nel Caucaso). Questi luminari di Washington sono tutti sfegatati sostenitori della “guerra al terrore” o dovremmo dire sostenitori del “terrore e della guerra” (vedi “Chechen Terrorists and the Neocons” dell’ex funzionario dell’FBI Coleen Rowley 19/04/13). Il quartier generale e centro nevralgico per molti leader ceceni in “esilio”, a lungo ricercati dalla autorità russe per le attività terroristiche di massa, è Boston, in Massachusetts, luogo dell’attentato, un altro elemento finora ignorato dall’FBI e dal Dipartimento di Giustizia, forse a causa dei rapporti attivi e di lunga data nell’organizzazione di attentati terroristici volti a destabilizzare la Russia.

L’ex candidato alla presidenza e sindaco di New York Rudolph Giuliani, dopo l’attentato, ha dichiarato che i ceceni “sono concentrati unicamente (sic) in Russia” e non negli Stati Uniti (i suoi ceceni, forse). L’Interpol e le agenzie di intelligence degli Stati Uniti sono ben consapevoli del fatto che i militanti ceceni sono stati coinvolti in vari gruppi terroristici di Al Qaeda in tutta l’Asia centrale e meridionale e in Medio Oriente. Alle richieste specifiche del governo russo riguardo sospetti terroristi o fronti ceceni è stata data poca attenzione, comprese le attività di Tamerlano Tsarnaev, recentemente scomparso.

(Come inciso storico, e forse non alieno ai fatti, la sede di Boston dell’FBI fu nota tra il 1970 e il 1990 per la protezione data a un brutale gangster e killer, James “Whitey” Bulger, in quanto informatore privilegiato, seppure avesse ucciso decine di persone nella zona del New England.)

Il significato più profondo della guerra al terrorismo

Il sostegno degli Stati Uniti ai terroristi venezuelani e al loro leader politico, Henrique Capriles, fa parte di una politica complessa e multiforme che combina la strumentalizzazione dei processi elettorali e il finanziamento occulto di ONG per fomentare l’agitazione e il malcontento della “gente comune” locale, fino al supporto diretto, inclusa la violenza politica contro i simboli e le istituzioni della democrazia sociale. Il poliedrico Capriles è il candidato perfetto per correre alle elezioni mentre orchestra il terrore. L’esperienza del passato degli Stati Uniti con il terrore politico in America Latina ha avuto un effetto boomerang, come evidente nell’impegno del terrorismo cubano di Miami in numerosi attentati, traffico di armi e di droga all’interno degli Stati Uniti, e in particolare nel 1976 con l’autobomba che assassinò il ministro cileno esule Orlando Letelier, un’azione mai stigmatizzata come “terrorismo” a causa dei legami ufficiali statunitensi con i colpevoli.

Nonostante i legami finanziari, politici e militari tra Washington e i terroristi, in particolare con i fondamentalisti, questi conservano la loro autonomia organizzativa e seguono il loro proprio programma politico-culturale, che nella maggior parte dei casi è ostile agli Stati Uniti. Per i ceceni, gli afgani e siriani alquedisti, gli Stati Uniti sono un alleato tattico da scaricare quando sia possibile stabilire gli stati fondamentalisti indipendenti. Dovremmo aggiungere le decine di vittime di Boston alle migliaia di cittadini americani uccisi a New York, Washington, Libia, Afghanistan e altrove dagli ex alleati fondamentalisti degli Stati Uniti.

Schierandosi con i terroristi e con il loro portavoce politico e rifiutando di riconoscere la validità delle elezioni in Venezuela, il regime di Obama ha completamente alienato se stesso a tutto il Sud America e i Caraibi. Sostenendo gli assalti violenti contro le istituzioni democratiche in Venezuela, la Casa Bianca rende esplicito ai propri “clienti” all’opposizione in Argentina, Bolivia e Ecuador, che l’aggressione violenta contro i governi democratici indipendenti è una strada accettabile per ristabilire l’ordine neoliberista e l’integrazione regionale centrata sugli Stati Uniti.

Conclusione

Washington non dimostra alcuna opposizione coerente al terrorismo: dipende dagli obiettivi politici dei terroristi e dagli obiettivi colpiti. In uno dei due casi recenti, il governo degli Stati Uniti ha dichiarato la “legge marziale” virtuale su Boston per uccidere o catturare i due terroristi che avevano attaccato i cittadini degli Stati Uniti in un unico attentato, mentre nel caso del Venezuela, il regime di Obama ha dato sostegno politico e materiale ai terroristi al fine di sovvertire l’intero ordine costituzionale e l’esito elettorale.

Per via dei profondi legami di lunga data tra il Dipartimento di Stato americano e importanti leader neo-con e notabili sionisti con i terroristi ceceni, non possiamo aspettarci un’indagine approfondita che creerebbe sicuramente imbarazzo o porrebbe a repentaglio le carriere dei principali funzionari degli Stati Uniti, i quali hanno da tempo relazioni con tali criminali.

La Casa Bianca aumenterà e amplierà il suo sostegno per gli stessi terroristi venezuelani che hanno sabotato il sistema di alimentazione elettrica, l’approvvigionamento alimentare e il processo elettorale costituzionale di quel paese. Il terrore, in quel contesto, funge da trampolino per un assalto su larga scala contro i progressi sociali dell’ultimo decennio sotto il defunto presidente Hugo Chavez.

Nel frattempo, al fine di coprire l’alleanza operativa tra ceceni e Washington, l’attentato alla maratona di Boston sarà ridotto a un atto isolato di due giovani disorientati, portati fuori strada da un sito fondamentalista anonimo e le loro azioni ridotte a “fanatismo religioso”. E nonostante un’economia in crisi, decine di miliardi di dollari in più saranno destinati ad ampliare la polizia per la sicurezza interna, citando la sua efficacia ed efficienza dimostrata a seguito degli attentati, mentre segretamente saranno inviati più milioni per fomentare il terrore “democratico”… in Venezuela.

01/05/2013

James Petras

petras.lahaine.org

Traduzione per Resistenze.org

a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Pubblicato giovedì 16 maggio 2013

Valsusa No Tav, linciaggio in corso

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E’ un coro unanime quello che si è levato dopo il sabotaggio del cantiere/fortino di Chiomonte. Pd, Pdl e Lega gridano al ‘terrorismo’ e annunciano più repressione.

Gli operai che lavorano al cantiere Tav di Chiomonte hanno compiuto una ‘’scelta egoista” che li ”mette fuori dalla comunità” e ”li condanna a una difficile convivenza con il territorio”. Questo post, comparso su uno dei blog di riferimento dei No Tav, sarebbe all’esame della Digos nel quadro degli accertamenti sul sabotaggio realizzato la notte tra lunedì e martedì al fortino di Maddalena di Chiomonte. Gli investigatori ritengono il post “significativo” rispetto ai nuovi obiettivi di quella che descrivono come la “frangia oltranzista” del movimento NoTav. Il messaggio sarebbe stato anche segnalato ai magistrati della procura di Torino che stanno già indagando sull’assalto al fortino a colpi di bengala e petardi, addirittura per ‘tentato omicidio’.

E’ solo un esempio del generale linciaggio giudiziario, politico e mediatico in corso contro il movimento No Tav, che ha più a che fare con il nuovo governo di ‘complicità’ nazionale che con gli ultimi avvenimenti in Val Susa. Basta leggere i toni delle dichiarazioni di fuoco trasversali agli schieramenti politici, dal PD al Pdl, da Scelta Civica alla Lega, in un clima contraddistinto dai distinguo e dalla ‘denuncia della violenza’ da parte di esponenti di M5S e Sel.
L’altra notte a Chiomonte è rimasto ‘ferito’ solo un compressore. Ma il leit motiv del linciaggio in corso è che ‘ci poteva scappare il morto’, se non addirittura che ‘i No Tav volevano il morto’.

Modalità e violenza” secondo il sindaco di Torino Piero Fassino (PD), “richiamano alla memoria stagioni eversive tristi e buie del passato”. “Se un giorno dovesse andare storto qualcosa e succedesse qualcosa di più grave, tutti quelli che oggi hanno taciuto se ne dovranno assumere la responsabilità” minaccia invece il senatore del PD Stefano Esposito, mentre il presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta definisce ”questa ennesima aggressione un atto di terrorismo”.

Quanto accaduto l’altra notte davanti al cantiere della Tav é stato ”un attacco allo Stato. Al principio di legalità. All’essenza democratica di decisioni condivise, discusse e poi prese. Potevano uccidere. Ma noi siamo lo Stato e reagiremo, facendo in modo che il progetto approvato venga realizzato” ha tuonato il ministro dell’Interno Angelino Alfano. Che su ‘La Stampa’ ha il buon gusto di chiarire che non si tratta di un ”attacco terroristico (…) non dobbiamo esagerare”, ma occorre ”improntare la nostra azione al principio di realtà. E nella realtà c’é chi non accetta le decisioni dello Stato. Saremo inflessibili. Non ci faremo sopraffare. Difenderemo maggiormente il cantiere. Perché la Tav é una questione di interesse strategico nazionale e internazionale, attiene allo sviluppo del nostro Paese, ai nostri rapporti con la Francia e al rapporto dell’Europa nel suo insieme con altri partner”. Alfano poi rivendica un ascolto da parte dello Stato nei confronti delle popolazioni locali e una flessibilità che stanno solo nella propaganda dei sostenitori dello scempio: ”Il grande movimento che avversava il vecchio progetto della Tav va ricollocato in una dimensione nuova. Lo Stato ha saputo ascoltare, prima di decidere. Ha modificato il tracciato e cambiato il progetto”.

Per Alfano si tratta di un attentato, per il presidente leghista della Regione Piemonte, Roberto Cota, addirittura di un ‘atto di guerra’. Cota ha subito convocato una riunione lampo del comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico al quale hanno partecipato oltre ad Alfano, anche il ministro per le Infrastrutture Maurizio Lupi, il vicecapo vicario della Polizia di Stato Alessandro Marangoni, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Leonardo Gallitelli, il procuratore Gian Carlo Caselli e il questore di Torino Antonino Cufalo. Decisi subito il rafforzamento del già nutrito contingente che presidia il fortino di Chiomonte, e la creazione di una ‘task force’ del ministero delle Infrastrutture tra governo nazionale e enti locali. ”Accelereremo – annuncia inoltre Alfano – la ratifica del trattato fra l’Italia e la Francia”, che sarà all’ordine del giorno della prima riunione operativa del Consiglio dei ministri, in programma venerdì.

Intanto stamattina, noncuranti delle polemiche e del linciaggio, alcune decine di No Tav sono andati a Bussoleno, nonostante la pioggia, per manifestare di nuovo contro gli espropri realizzati dall’azienda Ltf nella valle. Presidio confermato, nonostante ieri la stessa Ltf avesse deciso di annullare gli incontri previsti con i proprietari dei terreni espropriati dopo aver saputo dell’annunciata contestazione. Sulla porta della sala consigliare di Bussolone i militanti No Tav hanno trovato un avviso di Ltf che spiega i motivi della rinuncia: “Visto il degradarsi della situazione non si ravvisano in questo momento le sufficienti condizioni di serenità del personale di Ltf e del progettista per lo svolgimento del lavoro richiesto e pertanto siamo costretti ad annullare le date indicate”. Luana Garofalo, consigliere comunale di minoranza presente al presidio commenta a nome del gruppo Bussoleno provaci: “Abbiamo deciso di fare comunque il presidio per dimostrare sia a Ltf che all’amministrazione che il problema degli espropri non è solo una questione privata ma un fatto che deve essere affrontato collettivamente perché l’eventuale cantiere andrebbe a coinvolgere l’intero paese. Infatti, come movimento questa sera ci sarà un’assemblea con i tecnici della comunità montana che spiegheranno alla popolazione gli scenari futuri e insieme discuteremo sulle proposte di lotta”.

15 Maggio 2013

Luca Fiore

contropiano.org

Pubblicato giovedì 16 maggio 2013

No alle larghe intese sindacali

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La sentenza del tribunale di Roma che, nel nome dell’accordo del 28 giugno 2011, dà torto alla FIOM sul contratto nazionale è sicuramente un brutto guaio per i diritti del lavoro. Tuttavia essa conferma una volta di più la necessità di una legge che abbia come scopo la democrazia sindacale, intesa come diritto delle lavoratrici e dei lavoratori e non come garanzia per le organizzazioni. La trattativa in corso sulla rappresentanza sindacale tra CGIL CISL UIL e Confindustria sta andando invece in tutt’altra direzione.

Lo scopo condiviso dalle ” parti sociali” è infatti quello di far incontrare due esigenze. Quella delle imprese, che vogliono che l’accordo sia “esigibile”, cioè che nessuno più contesti una volta che è firmato. Quella dei sindacati confederali, che vogliono essere presenti tutti al tavolo delle trattative, magari sulla base del peso effettivo delle proprie forze.

Esigibilità degli accordi e diritto alla rappresentanza ai tavoli sono le ragioni del patto, l’equilibrio probabilmente non è ancora stato trovato, ma alla fine si troverà. Ma cosa c’è che non va?

Nel passato erano i lavoratori che rivendicavano la esigibilità degli accordi. Se si firmava un contratto la prima cosa che veniva detta nelle assemblee era: ma quanto dovremo ancora lottare per far applicare l’accordo?

Oggi sono i padroni che chiedono la garanzia che gli accordi siano applicati con rigore. La ragione è molto semplice. Gli accordi sindacali che ha in mente il mondo delle imprese sono tutti peggiorativi per il mondo del lavoro. Sono accordi che riducono i diritti, aumentano i carichi di lavoro e gli orari, tagliano i salari. Devono essere “esigibili” perché i lavoratori per primi sono interessati a non rispettarli. Gli accordi contrattuali che hanno in mente le imprese, e che in gran parte si fanno oggi, sono l’applicazione nei luoghi di lavoro delle politiche di austerità e rigore.

Per questo le imprese esigono un sistema contrattuale centralizzato e autoritario, ove una volta firmato l’accordo tutti coloro che vi sono sottoposti debbano solo obbedire. Per semplificare, il modello Marchionne.

Ma perché CGIL CISL UIL accettano di stare dentro questa gabbia, costruita proprio nel momento di maggiore debolezza di un mondo del lavoro ricattato dalla disoccupazione di massa? La risposta per la CGIL e la FIOM è che queste organizzazioni non reggono più gli accordi separati, non ce la fanno a contrastarli. Per CISL e UIL la risposta è che gli accordi separati non bastano per vivere.

Così la debolezza sindacale e il bisogno di legge e ordine di una Confindustria incapace di affrontare davvero la crisi economica, producono un accordo che è la negazione della democrazia sindacale.

Al tavolo di trattativa siederanno solo i sindacati che accettano preventivamente di obbedire alla esigibilità. Gli altri fuori.

Nei luoghi di lavoro potranno presentare liste per le rappresentanze aziendali solo i sindacati che preventivamente si impegnano a non contrastare gli accordi che non condividono.

Insomma i lavoratori non potranno scegliere liberamente chi li rappresenta, ma dovranno solo partecipare al sondaggio che misura il peso reciproco dei sindacati “esigibili”. Sarà il tavolo a decidere chi rappresenta i lavoratori, e non questi ultimi scegliere chi li rappresenta al tavolo.

La politica di austerità diventa costituente anche per il sistema sindacale, essa diventa l’esigibilità della massima produttività del lavoro. E chi si oppone è fuori.

Non è accettabile che la politica delle larghe intese sindacali cancelli il diritto al dissenso e al conflitto. Per questo bisogna dire no all’accordo sulla rappresentanza e rivendicare una legge che realizzi il diritto costituzionale dei lavoratori alla democrazia sindacale.

Giorgio Cremaschi

gcremaschi.r28@gmail.com

rete28aprile.it

Pubblicato mercoledì 15 maggio 2013

Una questione logistica

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C’è un’abitudine, o un vizio, tipico degli intellettuali della sinistra cosiddetta radicale. Consiste nel cercare di individuare quale sia il settore della società destinato a incarnare il nuovo “soggetto rivoluzionario”. Ci si aspetta che sorga, come un esercito di terracotta, e che ristabilisca il giusto corso della storia, quello che va verso eguaglianza, dignità, libertà dal bisogno, e che si comporti, per di più, coerentemente a quanto teorizzato.

Noi non abbiamo a disposizione chiavi di questo tipo per interpretare la realtà. Quello che qui cerchiamo di fare è di dare rilievo, sottolineare momenti di riflessione e azione collettiva che rompono lo strano effetto prospettico per cui la situazione sociale viene descritta come potenzialmente esplosiva ma contemporaneamente cristallizzata, ferma, immobile. Il che è impossibile, non fosse altro perché la crisi in cui versa il paese non è uno stato, una condizione, ma una dinamica, ovvero una costellazione di dinamiche in rapida ricomposizione e riconfigurazione. In questo quadro, la lotta dei lavoratori del settore logistico, che è giunta sulle cronache nazionali in occasione dello sciopero nazionale indetto da Adl Cobas e Si Cobas il 22 marzo scorso, presenta notevoli elementi di interesse.

È una lotta organizzata dal basso, con modalità di convocazione e rappresentanza nuove, portata avanti da lavoratori in larghissima parte immigrati, che tocca le vene e le arterie della circolazione delle merci in questo paese. La questione è nodale tanto per le caratteristiche del settore – la movimentazione delle merci non conosce una crisi paragonabile a quella di altri settori produttivi – quanto per la composizione dei lavoratori in lotta, per il 90 per cento stranieri.

Lo sciopero è stato proclamato dalle assemblee che si sono svolte il 3 marzo 2013 a Milano, Piacenza, Bologna, Genova, Torino, Roma, Padova, Verona, Treviso, collegate tra loro attraverso una web conference.

Il contratto nazionale per questo settore è scaduto nel dicembre 2012, ed era stato rinnovato l’ultima volta nel 2010. I lavoratori in lotta accusano i sindacati confederali di trattare con il padronato in maniera poco trasparente, senza un’adeguata informazione e senza un reale coinvolgimento dei lavoratori stessi, che in questo modo si sentono tenuti all’oscuro, “per poi essere sottoposti ad ulteriori sacrifici e mortificazioni”.

Sulle pagine dei quotidiani, la cronaca: “Caos dei trasporti in Nord Italia”, le cariche della polizia all’interporto di Bologna, i comunicati degli uni e degli altri, un lavoratore che sarebbe stato travolto e ferito da un tir in uscita. In termini di partecipazione, lo sciopero è stato un successo. In certi casi, come quello della Dhl di Carpiano, l’adesione è stata totale.

La forma di ricatto padronale a cui questi lavoratori sono costretti è particolarmente dura. La retorica dei sacrifici che accompagna la crisi, che è pervasiva, e che viene brandita come un’arma da chi può impugnarla, viene utilizzata per imporre turni lunghissimi, straordinari obbligati e non pagati, decurtazioni arbitrarie di stipendi già assai magri. Un lavoro logorante, spesso privo dei diritti elementari, retribuzioni che costringono a un’esistenza in apnea, alla mera sopravvivenza, all’assenza di ogni prospettiva. Le condizioni in cui versano questi lavoratori sintetizzano ed esemplificano una condizione generale che accomuna le vite e le sorti delle classi più deboli. Ecco perché la loro lotta riguarda tutti noi: perché la sofferenza sociale è la questione centrale da affrontare se si hanno ancora a cuore le sorti collettive. I lavoratori del settore logistico hanno saputo superare divisioni etniche e frammentazioni e hanno aperto così una partita cruciale, sottolineando ancora una volta che la divisione reale che taglia la società non ha a che fare con etnie o culture ma è la dialettica tra sfruttati e sfruttatori, tra poveri e ricchi.

Per il 15 maggio è stata indetta una nuova giornata di lotta. Nel comunicato di sabato 11 maggio, l’attenzione viene portata sulla necessità di vedere applicate “le medesime condizioni contrattuali indipendentemente dalla committenza di riferimento e dalla cooperativa/società di appartenenza”.

I lavoratori in lotta hanno bisogno di solidarietà e di attenzione. Stanno indicando una strada, consapevoli che i diritti sono il risultato di rapporti di forza, e che per difenderli o ottenerli bisogna rendersi forti. Dobbiamo augurarci che altre esperienze simili trovino voce e gambe, se vogliamo credere che sia ancora possibile risollevarsi dal pantano in cui al momento affonda ogni prospettiva di riscatto sociale.

Wu Ming

internazionale.it

Pubblicato mercoledì 15 maggio 2013

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