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La mia esperienza e le tesi di Ivar Oddone

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In questa mia ultima interlocuzione con Oddone, parlo dei giorni attuali: del “dopo cristo di Marchionne” (e nel lavoro che lui mi propone), sono di nuovo in crisi. Oddone con il suo ragionare sulla figura dell’operaio e sul suo saper fare, come necessità legata all’essere l’ultima figura del processo che porta al prodotto finito e quindi l’ultimo a dover mettere “una pezza” agli errori e ai limiti della progettazione e della programmazione e inoltre al processo di apprendimento che lo vede come potenziale e massimo fruitore dell’esperienza di altri come lui e di tutto il sapere che dovrebbe essere messo a sua disposizione, ha messo in crisi tre capisaldi della mia esperienza:

  • il sindacato (neanche il meglio della esperienza della FLM negli anni ’70), non ha mai pensato ad una “carriera dell’operaio”. Il massimo che ha pensato, ed è pure scritto nelle declaratorie professionali nei CCNL è una progressione di carriera, tutta all’interno della “professionalità ristretta”, quella per la quale si è pagati;
  • Proprio per questa sua impostazione, il sindacato (e i migliori sindacalisti tra i Delegati) più erano bravi più diventavano dei “buoni poliziotti” in difesa degli operai, intesi sempre e comunque come “deboli, oppressi e indifesi”, in ultima analisi bisognosi di avere questa sorta di tutor rappresentata da questi “buoni poliziotti”: i Delegati; ne viene che all’operaio c’erano due possibili uscite da quella condizione: 1° diventare talmente bravo e passare dall’altra parte, 2° diventare talmente bravo e passare a fare il Sindacalista (il buon poliziotto);
  • Quindi è andata in crisi pure la mia convinzione che il “sindacato dei consigli” (depurato dalle fin troppe meline) sia stato il massimo della democrazia operaia allora prodotta;

Diverse sono le (amare) conferme:

  • la mia, in quanto più diventavo bravo nella negoziazione, meno imparavo professionalmente e più avevo una delega dal rimanente della mia squadra: “fai te che sai”; è questo un processo che ho visto in decine e decine di Delegati e tra i più bravi e impegnati. Quel tanto che molti tra questi con il tempo facevano poche ore di produzione e molte ore in Consigli di Fabbrica, quando molte ore in riunioni con il capo del personale dell’azienda, o molte altre ore in riunioni fuori della fabbrica, ecc. In questo processo c’erano pure degli effetti diciamo patologici: c’era pure chi si abituava a tutto ciò non producendo più neanche la delega dei lavoratori per il loro operato di “buoni poliziotti” ma di distacco tra la loro condizione di distaccati dalla produzione e il rimanente dei lavoratori che dovevano tirare la produzione. L’effetto ultimo è stato una sostanziale rottura tra l’esperienza di questi “buoni poliziotti” e il rimanente dei lavoratori (vedi in parte la vicenda dei 35 giorni ala FIAT nell’80); non ci ero mai arrivato a pensare alla “carriera dell’operaio” così come l’ha prospettata Ivar Oddone. Anche se mi era ben chiaro il milionesimo delle capacità cerebrali sfruttate” nelle moderne manifatture (vedi Wiener) però come fotografia dello stato di cose esistente, non ho mai pensato che (o l’ho fatto con troppa timidezza) a che quel milionesimo potesse diventare qualcosa di più. In pratica mi pare che Oddone abbia scoperto “l’anello mancante della evoluzione dalla scimmia all’uomo”, ergo: “la carriera dell’operaio”, in pratica mi pare di aver capito che attraverso questa alla fine vi può essere il superamento della divisione del lavoro tra chi pensa e chi esegue, e quindi se pochi o tanti che siano, (meglio se tanti), si accorgono che ne sanno tanto quanto il loro padrone, ne viene dell’inutilità di questa figura… ergo…. Anche se non tutti avevano e praticavano verso questo obiettivo, vedi per es. coloro i quali erano bravissimi sempre a contestare il proprio padrone (avendo ovviamente sempre bisogno di un padrone!), ovvero quelli che si accontentavano di una più equa ripartizione della ricchezza prodotta..E già..
  • Ed è del tutto puntuale e condivisibile l’esempio che porta Oddone a sostegno della sua tesi sulla (mancata) “carriera dell’operaio”: perché non chiedere che venga “caricato” sull’operaio quanto è caricato in termini di allenamento, selezione, motivazione, retribuzione, ecc. che per es. h un calciatore (o un astronauta!)
  • Alla obiezione di Adriano Serafino: “neanche noi negli anni ’70 non siamo stati in grado di ipotizzare una uscita positiva alla condizione di “operaio” nelle grandi produzione di serie, quel tanto che per i nostri figli nessuno ha mai pensato di fargli replicare la nostra esperienza di operai di fabbrica (salvo necessità)”, io opponevo: “vero Adriano, però, almeno nella mia esperienza di lotta per una diversa OdL c’era sempre, come “stella polare” la ricerca del superamento della divisione del lavoro, la tendenza non solo a rendere meno nocivo e pesante il lavoro, ma tendenzialmente a ricercare tutte le forme di un lavoro ricomposto, più ricco, più autonomo, ecc. – il tutto però si fermava lì. Non ho mai pensato all’operaio come centro di tutta la produzione su cui “caricare” tutto il sapere di altri (tecnici, ricercatori, ecc.).
  • Così come mai nel sindacato si è detto che noi volevamo che fosse sfruttato molto, ma molto di più il cervello degli operai per stare coerenti alla affermazione di N. Wiener in merito al solo “sfruttamento del milionesimo delle facoltà cerebrali dell’uomo che lavora” da parte dei padroni delle manifatture.

A me pare, per una prima conclusione, che tutto ciò chiami in causa, specie in questo periodo del “dopo cristo di Marchionne” e delle relative divisioni tra i lavoratori e i loro sindacati, non solo le forme di rappresentanza, le loro forme di decisione democratica, ma anche i contenuti rivendicativi sempre più rivolti ad affermare nei luoghi di lavoro una sorta di “democrazia cognitiva” mettendo a servizio degli operai e dei lavoratori tutta la conoscenza e il sapere ad oggi conosciuto attraverso le moderne tecnologie elettroniche informatiche.

29 Aprile 2011

Gianni Marchetto

Pubblicato venerdì 29 aprile 2011

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