la ristrutturazione gelminiana delle superiori
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la ristrutturazione gelminiana delle superiori
NON SEMBRA, MA GELMINI FA RIMA CON GENTILE
L’operazione governativa che riguarda la scuola superiore di secondo grado obbedisce a ragioni di stampo economico, questo è certo. Ma il risparmio può prendere diverse direzioni. E la direzione intrapresa è condizionata da una potente componente ideologica di stampo gentiliano.
Giovanni Gentile era il ministro dell’istruzione che sotto il fascismo, nel 1923, varò una storica riforma della scuola italiana. Mussolini la definì, a ragione, “la più fascista tra le riforme varate dal mio governo”. Essa si basava su una rigida gerarchia in base alla quale alle scuole superiori dovevano accedere solo “i migliori”, ed esclusivamente dal Liceo Classico si poteva passare all’università. Il Liceo Classico, scuola della futura élite, doveva assicurare un’educazione “classica e umanistica”, dove sia le scienze sociali che quelle matematiche e fisiche erano relegate in secondo piano. Per questo si dava la massima importanza al latino e al greco, anche più che all’italiano. Al popolo lavoratore, invece, dovevano essere lasciati gli studi “tecnici”, che avviassero alle professioni. Si dice spesso che la riforma Gentile fosse adatta a quei tempi, ma non agli attuali. E’ sbagliato: era vecchia già allora, e in controtendenza con quel che accadeva nelle scuole dei Paesi più avanzati, dove non era affatto uno scandalo se un figlio di un industriale si avviava verso studi “tecnici” che lo avrebbero portato con successo a laurearsi in ingegneria. Al contrario, in Italia, lo stesso ragazzo avrebbe dovuto conoscere perfettamente… il greco antico.
Quell’impronta è rimasta attaccata come un cancro alla scuola italiana sino ad oggi. Le lotte dei decenni passati sono riuscite a spostare qualcosa: hanno unificato le medie, hanno permesso che da tutte le scuole superiori si potesse accedere all’università, e solo da pochissimo l’obbligo scolastico è stato innalzato di due anni rispetto alla soglia (14 anni) stabilita settant’anni fa da Gentile. Ma ai Licei, secondo le statistiche, continuano ad essere iscritti la quasi totalità dei rampolli della borghesia e la maggioranza dei figli della classe media, mentre i Tecnici e i Professionali (e molto più i secondi dei primi) sono tuttora frequentati dalla maggioranza dei migranti e dalla maggioranza dei figli degli operai. Anche su questo terreno possiamo misurare l’arretratezza delle nostre élite: ad ogni tentativo di ridurre il peso del latino, si sono sempre levate alte grida da parte di accademici e quotidiani come Corriere e Stampa, in mano ai più forti gruppi industriali. La paura di veder sorgere scuole “miste” sul piano di classe, è così forte che i borghesi preferiscono per i propri figli scuole culturalmente arretrate.
A questa inadeguatezza strutturale la scuola italiana ha però reagito dal basso negli ultimi trent’anni con una serie di innovazioni provvisorie, che hanno attenuato la distanza tra i tre diversi mondi delle superiori (Licei, Tecnici, Professionali). Ad esempio portando piano piano i Professionali da centri che erogavano brevi corsi di formazione a scuole superiori “normali” con diploma di maturità finale. Ad esempio attualizzando l’offerta formativa dei Licei. Ed è contro queste innovazioni che la Gelmini si sta muovendo.
Per comprendere la portata della ristrutturazione gelminiana delle superiori il confronto non va fatto solo con la legislazione attualmente in vigore per quell’ordine di scuola, nel qual caso i cambiamenti potrebbero sembrare non travolgenti, ma con quel che le superiori sono nei fatti oggi, da un lato, e con le attese di cambiamento che il mondo scolastico nutriva da qualche decennio, dall’altro. La riforma delle superiori aspettava parecchio il suo momento, dopo innumerevoli tentativi e false partenze, e l’attesa aveva sedimentato una certa quantità di convinzioni, che la ristrutturazione neogentiliana, semplicemente, salta a pié pari, e all’indietro.
Per esempio ci si attendeva da una riforma delle superiori che venissero introdotte materie che in qualche modo appaiono abbastanza imprescindibili per vivere nel mondo d’oggi. E’ possibile ad esempio che un quattordicenne che magari passa metà della sua giornata su Facebook, non sappia assolutamente nulla della macchina che sta utilizzando? Eppure “informatica”, appare in forma autonoma solo in un indirizzo di Liceo e in forma obbligatoria solo per un’ora (in prima) nei Tecnici e nei Professionali. Ancora: è possibile che nell’era della comunicazione audiovisiva non si studi televisione, cinema, fotografia, radio… ? Eppure “linguaggi audiovisivi”, una materia offerta in tanti curricola delle scuole dei Paesi più avanzati, si trova solo al… Liceo Artistico. E perché mai? Stiamo parlando di forme di comunicazione, che c’entra l’arte? O per lo meno, non c’entra sempre. E non c’è nemmeno UN indirizzo Liceale (a parte appunto, bizzarramente, un percorso del Liceo Artistico) o Tecnico dove questi insegnamenti stiano al centro. Quindi: i linguaggi di comunicazione che oggi sono più diffusi al mondo si insegnano in ZERO scuole, ma il “diffusissimo” latino si trova in… TUTTI i Licei. Del resto è mai possibile che si studi ossessivamente “storia della letteratura”, e nemmeno per venti minuti “storia del cinema”? E che si studi “storia dell’arte”, ma non “storia della grafica”, cioé la forma più diffusa di comunicazione visiva “fissa”? MA: per introdurre una materia del tipo “linguaggi audiovisivi”, come del resto anche per informatica, occorrerebbero macchine e risorse, perché si scrive con una penna e un foglio, ma si fa tv con almeno una telecamerina, e appare troppo comodo prevedere la disciplina “matematica con informatica” ben sapendo che se non si “isola” informatica come materia a se stante non ci saranno mai aule attrezzate per insegnarla. Ed ecco che le esigenze di risparmio e le concezioni gentiliane s’incontrano felicemente.
Sino a pochi anni fa uno dei temi più in voga nel dibattito pedagogico riguardava, ad esempio, il primo biennio delle superiori. La differenza tra il tipico biennio del Liceo e quello dei Tecnici e dei Professionali appariva eccessiva ai fini della possibilità reale da parte dell’alunno di poter cambiare tipologia di scuola. L’innalzamento dell’obbligo ai primi due anni delle superiori, inoltre, incoraggiava a immaginare un’entrata soft nel mondo delle superiori da parte dell’alunno, rendendo meno drammatica e definitiva la scelta di percorso compiuta in terza media. E ci si divideva su quanto i bienni offerti dalle diverse tipologie di scuola dovessero essere simili (biennio unitario o unico?). La ristrutturazione della Gelmini fa una cosa molto semplice: il distacco presente tra i Licei e i Tecnici/Professionali viene consolidato e rafforzato. Si tratta di modelli così differenti da rendere davvero arduo immaginare che ad esempio un ragazzo entrato in un Istituto Tecnico di grafica possa passare alla seconda classe di un Liceo Artistico (per non parlare di un Liceo Classico).
La struttura anacronistica dei Licei era stata nei fatti modificata da miriadi di sperimentazioni, spesso partite e gestite “dal basso”. Nell’assenza di una riforma che modernizzasse quel tipo di scuola, i docenti e le famiglie (orientando l’iscrizione dei figli verso scuole con proposte “più moderne”) hanno “imposto” dei cambiamenti, quasi sempre avvenuti aggiungendo ore al normale curricolo liceale: rafforzando o introducendo materie come informatica, matematica, fisica, inglese, ecc. spesso riducendo il peso del latino. Da simili movimenti è nato anche il Liceo Scientifico Tecnologico, con una formula dal crescente successo (niente latino ma più ore di materie scientifiche) che lo stesso Liceo “Scientifico” avrebbe dovuto adottare. La riforma gelminiana azzera tutto, annulla cioé tutte le innovazioni (chiamate, anche se duravano da vent’anni, “sperimentazioni”), e ripropone il buon vecchio e inutile Liceo. Non a caso era stato eliminato in una prima fase anche il Liceo Scientifico Tecnologico, poi reintrodotto a seguito delle proteste. Il cambiamento potrebbe non apparire enorme se confrontiamo i quadri orari “ufficiali”, il problema è che, come abbiamo detto, nei fatti erano ben poche le scuole che li adottavano.
Nei Licei viene confermato ovunque e introdotto dove non c’era (ad esempio al quinto anno del Liceo delle Scienze sociali) il latino. Secondo l’impianto gelminiano, nei Licei “Scientifici” le ore di latino sono il doppio di quelle di fisica. La paradossale compressione delle materie scientifiche nei Licei Scientifici fa sì che qualsiasi biennio di un Istituto Tecnico abbia il 50% in più di ore scientifiche (”scientifiche”, non “tecniche”) dei Licei. Nel Liceo delle Scienze Sociali le ore di latino sono pari a quelle di … scienze sociali! Questa presenza ossessiva del latino non è così idiota come sembra. Esso sta lì a svolgere il ruolo di “presidio classista”. E’ il latino a sconsigliare un allievo di un Istituto Tecnico di passare al Liceo, è il latino a sconsigliare “chi non va bene” alle medie di affrontare il Liceo.
La ristrutturazione gelminiana teme talmente la sparizione del latino come presidio classista, e in generale il ritorno dell’innovazione dal basso, che nei Licei la flessibilità oraria è limitata al massimo. Infatti, mentre i singoli Istituti Tecnici e Professionali possono eliminare e sostituire delle materie, nei Licei non si può, è possibile solo ridurre in maniera limitata il monte ore di ogni singola disciplina.
L’impronta gentiliana e stupidamente nazionalista salta fuori anche nelle parole scelte per definire le materie. Si parla di “Lingua e letteratura ITALIANA”, così avremo dei diplomati del Liceo Classico, e dunque si suppone degli esperti in materie umanistiche, che non sapranno nulla di Shakesperare o Flaubert o Tolstoj… In compenso sapranno molto di “Lingua e CULTURA latina”. Da notare che dovranno studiare una “LINGUA straniera”, dove non appare “cultura” e “letteratura”: andrebbe anche bene, se qualche cultura o letteratura straniera si studiassero in un’altra disciplina. I liceali che si diplomeranno saranno forse convinti di appartenere ad una qualche futura élite grazie alla distanza dagli Istituti Tecnici e Professionali, ma saranno ben poco istruiti su cose importanti in questo mondo: poche scienze, pochissime lingue straniere, niente computer, niente linguaggi legati alle immagini, zero cultura extraitaliana, ma, in compenso, tanto… latinorum!
Le preoccupazioni classiste, come dicevamo, vanno a braccetto con le esigenze di bilancio. Nei Licei il biennio passa a 27 ore settimanali da una media precedente di 30 ore (nell’Artistico si va a 34, prima si era a 40). Nel triennio si passa a 30 (prima erano 31 ore in media). Un “risparmio” di qualche migliaio di posti. Negli Istituti Tecnici si scende da 36 a 32 e nei Professionali da 40-36 a 32. La componente finanziaria di queste misure risulta chiara da alcune misure collaterali: la riduzione viene imposta agli Istituti Tecnici da subito sui primi 4 anni, ma solo sui primi due ai Licei. Il risparmio maggiore infatti il ministero conta di farlo sui Tecnici: le 4 ore di riduzione dovranno riguardare le materie in compresenza. Così, togliendo UNA ora, si eliminano DUE insegnanti.
Le misure gelminiane, insieme alla riduzione degli assistenti tecnici, ai tagli alle spese per gli acquisti, alla compressione della compresenza e all’aumento del numero di alunni per classe, disegnano un quadro assai chiaro: un attacco frontale alla didattica laboratoriale. Il laboratorio è la modalità didattica su cui si basano Tecnici e Professionali. I ragazzi scelgono queste scuole anche per questo. E’ solo l’impronta gentiliana della scuola italiana che ha fatto percepire il “laboratorio” come tipico di una scuola di serie B. Perché il “fare” richiama l’operaio, mentre l’”ascolare in silenzio” l’impiegato. In realtà il “fare” avrebbe dovuto già da decenni irrompere anche nei Licei. Affinché ciò accadesse, però, sarebbe stata necessaria un’altra mentalità, ma anche docenti, tecnici, sale, attrezzature… insomma: soldi. E così la Gelmini ha risolto il problema alla radice: toglie il laboratorio a tutti, a quelli che ce l’avevano e a quelli che l’avrebbero voluto.
Il bello dei Licei, per personaggi come Tremonti, è che non costano nulla. Non hanno laboratori (e dunque non c’è nemmeno la fatica di doverli eliminare), non si devono spendere fior di soldi in attrezzature, non si deve pagar lo stipendio ad assistenti tecnici e insegnanti tecnico pratici (tipiche figure degli Istituti Tecnici e Professionali). Alla vasta platea della classe media si può dare sempre a intendere che, in compenso, sono scuole assai “severe”. I ragazzi sono demotivati anche più di quelli dei Tecnici e dei Professionali, ma i loro genitori possono dormire sonni tranquilli: sono scuole “serie” quelle, che diamine!
I Tecnici e i Professionali saranno spinti verso un lento degrado con masse di studenti che non ne vorranno sapere di lezioni frontali, ma saranno costretti a subirle perché i laboratori saranno sempre più fatiscenti. Nei Licei gli alunni frequenteranno scuole povere, vecchie, arroganti, dove saranno inchiodati per tutto il giorno al banco ad ascoltare degli adulti, imparando poco, e soffrendo molto. Perché la struttura anacronistica dei Licei promette intrinsecamente di essere una scuola “severa”, che nella mentalità decrepita dei più, significa: “che fa soffrire”. Questo il costo da pagare, se si vorrà continuare a stare nel castello scolastico di quella che disperatamente, nella crisi che dilaga, vuol rimanere “classe media”.
Michele Corsi



















Un’esamina lucida e corretta, complimenti! A sostegno dell’articolo segnalo la situazione della mia scuola, un Istituto Professionale con accorpato un Istituto Tecnico, l’Isis Polo-Cattaneo di Cecina, in Provincia di Livorno:
14 luglio 2010 alle 10:34Organico assistenti tecnici area informatica AR02 al 2° anno dei 3 previsti dalla Riforma Gelmini:
N. 2 Assistenti Tecnici
N. 1 Assistente tecnico part-time
Totale computer presenti nella Scuola tra uffici, sale insegnanti, laboratori, aule multimediali: 200!!
Davvero si può pensare di gestire in efficienza 200 computer con due persone e mezzo??? Forse sarà necessario affidare a ditte esterne la manutenzione, con costi non indifferenti (ma forse è su questo che contano?? ed il tanto famigerato risparmio??) ma le ditte esterne non gestiranno le tante attività aggiuntive fin qui svolte da noi assistenti tecnici (Certificazioni elettroniche ECDL ed EBCL, Sito web della scuola, scrutini elettronici, gestione delle gare per l’acquisto di materiali, compiti connessi alla sicurezza nelle scuole, corsi di formazione nei laboratori rivolti al territorio ecc…).
Questa Scuola Pubblica è destinata all’impoverimento culturale e strutturale, e sia chiara una considerazione: Nella mia provincia non ho mai visto un Preside delle scuole superiori fare uno sciopero o prendere posizione contro la Riforma.
Se la scuola superiore non sarà in grado di fornire come suo compito un’istruzione di qualità nell’ambito ad esempio dell’informatica (ma aggiungo nella chimicao nella meccanica ecc…) i responsabili, non saranno certo i pochi assistenti tecnici rimasti i responsabili, infatti non è possibile, con tutta evidenza, fornire servizi senza personale.
La cosa “curiosa”, ma spia di una mentalità corresponsabile dell’accaduto, è che i Dirigenti continuano a chiedere gli stessi servizi nonostante il dimezzamento del personale, minacciando o ricattando che fa notare che ciò non è più possibile….