TORINO SUI RIFUGIATI NON UNA RISPOSTA CONCRETA
Immigrazione, Movimento
TRE ANNI DI LOTTA, DUE OCCUPAZIONI, NON UNA RISPOSTA
CONCRETA!
Sono ormai tre anni che come Comitato di Solidarietà abbiamo deciso di impegnarci in maniera attiva a fianco dei rifugiati e delle rifugiate, uomini e donne che arrivano nella nostra città dopo viaggi ai limiti dell’umano e con la sola speranza di poter ricominciare una vita: con poco niente nelle mani, ma con il cuore pieno di sogni e speranze e spesso con le spalle cariche di responsabilità verso familiari e amici lasciati magari tra bombardamenti e povertà a migliaia di km di distanza.
Uomini e donne che in base alla convenzioni internazionali dovrebbero godere di politiche di accoglienza reale ma che poi nelle nostre città finiscono ai margini, accampati spesso nelle stazioni o nei parchi un po’ più lontani dalla vista, o in fabbriconi di periferia invasi da topi e immondizia, come vivevano a settembre 2007 quei rifugiati che per primi hanno deciso a Torino di uscire dall’invisibilità occupando la palazzina di via Bologna.
Come attivisti e attiviste antirazzisti e militanti dei centri sociali a questi uomini e a queste donne non abbiamo mai avuto molto da offrire se non la possibilità di iniziare assieme un cammino comune di lotta basato su un’idea che è al tempo stesso anche una pratica: se l’accesso ai diritti non è garantito dai soggetti istituzionali preposti, l’unica possibilità che rimane è quella di conquistarsi i diritti giorno dopo giorno attraverso pratiche di riappropriazione come ad esempio l’occupazione di una casa per non dormire per strada o tra i rifiuti.
Ed è da questa idea e da questa pratica che a ottobre di quest’anno è scaturita l’occupazione di corso Peschiera.
Ma non vogliamo tenere tutti i meriti per noi e per le rifugiate e i rifugiati che hanno occupato: corso Peschiera è nata anche grazie alle istituzioni del territorio, che per un anno hanno giocato con i bisogni e i diritti dei rifugiati, che per oltre un anno hanno preso in giro un centinaio di persone che chiedevano una casa, il diritto ad avere una residenza e politiche reali di avviamento al lavoro; su tutto questo l’Assessore Borgione in primis e dietro di lui tutti gli altri politici che si sono ‘interessati’ alla questione dei rifugiati solo perchè obbligati dalle deleghe loro assegnate nelle giunte in cui vivacchiano giorno dopo giorno.
Così al primo centinaio di persone se sono aggiunte altre e le richieste di CASA, LAVORO e RESIDENZA per i rifugiati e le rifugiate hanno iniziato ad essere scandite con più forza e i giri di parole dei politici hanno iniziato a puzzare di imbroglio, fino a quando i rifugiati in piazza hanno iniziato a diventare un problema relegato alla sfera dell’ordine pubblico; ed è in questo quadro che si sono verificate le cariche violente della polizia il 27 gennaio in piazza Castello.
Dopo quegli episodi Comune e Prefettura sembravano aver desistito dalle loro azzardate proposte di soluzioni tampone per i/le rifugiat*, e con il coordinamento delle associazioni del privato sociale hanno dato vita ad un tavolo di co-progettazione con l’obiettivo di ’superare la logica emergenziale per realizzare politiche di accoglienza che abbiano carattere duraturo, strutturale e rispondenti ai reali bisogni dei rifugiati e delle rifugiate’. E’ così iniziato il progetto ‘Piemonte: non solo asilo’, che non ci ha visti direttamente coinvolti come comitato convinti che quello della progettazione para-istituzionale non sia e non debba essere il nostro terreno, ma che ha portato le associazioni ad un confronto diretto con i rifugiati. Da parte nostra abbiamo ritenuto opportuno che questo progetto potesse provare a camminare, rappresentando un’opportunità a disposizione dei rifugiati e delle rifugiate che avessero accettato l’inserimento.
Le associazioni hanno nei mesi fatto quello che era stato concordato, offrendo sistemazioni stabili a circa una trentina di persone che abitavano in corso Peschiera. Abbiamo visto diversi rappresentanti del privato sociale entrare in corso Peschiera mettendosi in prima persona nella relazione con i rifugiati e le rifugiate e provando a creare un confronto attraverso una comunicazione continua.
Circa un mese fa abbiamo però assistito ad un rapido riposizionamento delle istituzioni: attraverso un’operazione mediatica non da poco, iniziata con le lettere su ‘Specchio dei tempi’ e proseguita con articoli dai toni sempre più allarmistici si è voluto creare ad arte il clima che rendesse urgente lo spostamento dei rifugiati da corso Peschiera verso un nuovo spazio, ovviamente temporaneo, ovviamente ancora una volta una soluzione tampone ! Certo che, se il sindaco -pronto a offrire bagni chimici per risolvere problemi e polemiche della movida- fosse stato altrettanto rapido ad offrire la medesima situazione per corso Peschiera oggi potremmo anche non sobbarcarci ogni giorno articoli scandalizzati sulla situazione igienica dell’ex clinica San Paolo!
Invece creato ad arte il clima e ad estate avanzata ecco che Prefettura e Comune trovano la soluzione via Asti. Ovviamente anche i rifugiati e le rifugiate della ’soluzione’ hanno potuto apprenderlo esclusivamente attraverso i giornali, perché a nessuno salta in mente che si tratta di persone e non di pacchetti che possono a proprio piacimento essere spostati da una parte all’altra della città.
E alla faccia degli accordi sottoscritti nel progetto delle associazioni e della volontà di individuare soluzioni strutturali, via Asti rappresenta l’ennesimo atto emergenziale: una soluzione che trasforma una lotta e una questione sociale in un problema di ordine pubblico, una proposta fatta apposta per solleticare il basso ventre razzista del quartiere di Borgo Po, una soluzione che non vuole essere una soluzione, ma il solito tentativo di rimandare all’infinito, una soluzione che per noi tutti e tutte equivale ad un tentativo sgombero! Mercoledì sera ci siamo riuniti con gli occupanti e le occupanti di corso Peschiera che durante l’assemblea ci hanno ricordato ancora una volta di essere rifugiati e dunque titolari di diritti e tutele, di essere persone e non merce, e soprattutto di non aver alcuna intenzione di farsi trasferire in una struttura che, dalle notizie a disposizione sino ad ora, ha tutto l’aspetto di un carcere, magari un po’ ammorbidito.
Sarà infatti continuamente presidiato, non si hanno informazioni precise circa la possibilità di invitare amici o parenti all’interno, non è per nulla chiaro se all’interno saranno previste cucine, se il cibo sarà portato dall’esterno o se saranno magnanimamente elargiti dei ticket. La città di Torino vuole inventarsi un C.I.E. per rifugiati facendosi laboratorio e probabilmente anticipando ’speriamo proprio di no- future politiche governative?
Su ‘La Stampa’ di oggi leggiamo con sconcerto le parole, dal taglio comprensivo e ragionevole, dell’assessore Borgione, già anticipate qualche giorno fa da dichiarazioni simili per bocca del sindaco Chiamparino. Troviamo riluttante tale atteggiamento da parte di chi, da oltre due anni dall’occupazione di via Bologna e quasi uno da quella di corso Peschiera, non ha fatto altro che sottrarsi ai propri doveri nascondendosi dietro un magro bilancio e al lavoro che altri hanno fatto: VERGOGNA!!
Qualcuno in questi giorni ha parlato di tempo della ragione; per noi oggi è il momento che ciascuno si assuma le proprie responsabilità, che ciascuno decida da che parte stare: noi lo sappiamo e stiamo dalla parte dei rifugiati e delle rifugiate: per risposte reali ai bisogni, per la dignità e i diritti!
CASA-LAVORO-RESIDENZA
Luca libero, liberi tutti/e: le lotte sociali non si arrestano!
Comitato di Solidarietà con Rifugiat* e Migranti


















