LE FONDAZIONI DI TREMONTI: LA PRIVATIZZAZIONE STRISCIANTE DELL’UNIVERSITA’

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Lavoro, Rivista, Varie


Non riesco proprio a trovare motivi di entusiasmo nella possibilità che l’art. 16 del decreto legge sugli interventi urgenti per l’economia concede agli Atenei di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Anzi, per dirla tutta, sono molto preoccupato.

Ancora una volta, infatti, si fa leva strumentalmente su un luogo comune ideologico - la concorrenza tra Atenei quale fattore di sviluppo - per giustificare una trasformazione privatistica del sistema universitario, per il momento lasciata alla libera iniziativa degli Atenei, che coincide di fatto con la liberalizzazione degli assetti istituzionali dell’Università’ italiana.
In quella che è stata definita una riforma “soft”, nel senso che offre “un’opportunità’ a chi la vorrà cogliere senza caricare di alcun obbligo tutti gli altri”, in realtà si cela il rischio concreto dell’implosione del sistema universitario in una serie di sottosistemi paralleli, lasciati a sé stessi in una sorta di darwinismo culturale e finanziario, che è illusorio possa riuscire a garantire il pieno svolgimento della mission pubblica che il dettato costituzionale affida all’Università’.

La possibilità di una trasformazione privatistica degli Atenei è stata inoltre interpretata come la logica conseguenza della declinazione in termini operativi delle categorie di autonomia e responsabilità istituzionale dell’Università’. E’ questa una posizione pericolosa, che deriva da una interpretazione non corretta della dimensione istituzionale dell’autonomia universitaria, che è innanzi tutto autonomia dell’Università’ e poi è autonomia delle Università.
Proprio l’unitarietà’ istituzionale, infatti, garantisce l’autonomia dell’Università’, nella sua sostanziale indipendenza e autorevolezza nei confronti dell’esecutivo (di ogni colore politico), delle altre istituzioni, delle organizzazioni imprenditoriali e sociali, dell’opinione pubblica, del Paese nella sua globalità.
E’ difficile, se non utopistico, pensare che una serie istituzionalmente multiforme di Atenei possa riuscire a proporsi come interlocutore forte ed autonomo nei confronti del mondo della politica - che ha dimostrato in questi anni di non volere comprendere i problemi dell’Università’ - o di quello dell’economia - che oggi sembra troppo interessato a marcare differenze all’interno del sistema universitario, forse per poter gestire da posizioni di forza rapporti privilegiati ed elettivi sulla base di esclusivi interessi finanziari.

Non è un caso, allora, che l’art. 16 del decreto legge riprenda sostanzialmente la posizione di Confindustria, quando chiede di attribuire alle Università poteri decisionali in materia di: assunzione di nuovi docenti; fissazione delle remunerazioni e determinazione degli obblighi dei docenti, ricercatori e del personale non docente; curriculum degli studi, rette di frequenza, dimensionamento e criteri di ammissione degli studenti ad ogni livello.

Anche l’attribuzione dei fondi pubblici alle Università in forma concorrenziale determinerebbe una ulteriore discriminazione tra Atenei, che già oggi presentano situazioni economico-finanziarie molto diversificate, mettendo a rischio di sopravvivenza soprattutto i piccoli Atenei e quelli del Mezzogiorno che, al contrario, meriterebbero un piano strategico di finanziamenti ad essi espressamente dedicati.
Ciò che certifica, a mio avviso, la qualità del sistema formazione/ricerca/sviluppo di un paese non è la presenza di pochi Atenei eccellenti, ma piuttosto la sua capacità “media” di essere competitivo tra i paesi a sviluppo avanzato.

Se e’ vero che i singoli Atenei italiani non sono ai vertici delle classifiche internazionali, e’ anche vero tuttavia che il nostro paese ha una buona collocazione in Europa e nel mondo come numero delle pubblicazioni e soprattutto come numero di pubblicazioni per ricercatore.
Sono solo alcune evidenze che dimostrano che la ricerca nel nostro paese, che si svolge sostanzialmente all’interno delle Università, è competitiva a livello internazionale, soprattutto in considerazione delle poche risorse investite in generale (il 40% in meno rispetto alla media EU-25 come spesa in R&D in % del PIL) e in particolare dalle imprese (l’Italia è al terz’ultimo posto dei paesi OCSE, con appena il 39.7% di investimento in R&D finanziato dalle imprese a fronte di una media dell’EU-25 del 54.2%).

Queste evidenze dovrebbero spingere a non rinunciare pregiudizialmente allo sforzo di tenere tutto il sistema universitario all’interno di un’unica prospettiva di sviluppo, sottoposta logicamente a chiari e trasparenti meccanismi valutativi. E’ illusorio pensare che, puntando solo su pochi Atenei di qualità liberi e liberati da ogni “imposizione nazionale”, si possa davvero superare il vero dramma del nostro paese, rappresentato dalla differenza crescente tra Nord e Sud. Se si prende, infatti, un dato di sintesi di vari indicatori dell’innovazione, si constata una perdita del Sud rispetto al Nord, dal 2003 al 2006, del 30%.

Il vero problema del nostro sistema universitario e’ legato, a mio avviso, alla carenza di risorse finanziarie e di personale. Invece di aumentarle, il Governo decide di ridurre il fondo di finanziamento ordinario di 500 milioni di euro in tre anni e di consentire per il triennio 2009-2011 la copertura solo del 20% dei pensionamenti, mentre gli scatti di anzianità biennali dei docenti universitari diventeranno triennali dal primo gennaio 2009, pur mantenendo lo stesso importo…

Ferdinando di Orio
Rettore dell’Università’ degli Studi dell’Aquila

Pubblicato Venerdì 27 Giugno 2008

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