ROM, regime e guerra
Immigrazione, Rivista, antifascismo
Il titolo dei giornali in questi giorni, il molto inquietante: “rom e rifiuti, i due problemi che il governo affronterà” è emblematico, anche se forse in maniera inconsapevole, della degenerazione dell’informazione, che corrisponde all’imbarbarimento della società italiana.
E’ molto pericoloso tale accostamento, che esprime il totale disprezzo per degli esseri umani che non vengono più considerati tali.
Ed è anche aberrante che non ci si accorga quanto tutto quello che sta succedendo sia pericolosamente simile a quanto già successo durante l’epoca nazi-fascista a Ebrei e Rom. Gli Ebrei e i Rom non sono stati condotti immediatamente ai campi di sterminio, ma sono passati attraverso la demonizzazione, il tentativo di trovare consenso tra la gente “normale”, gli internamenti in campi (gli odierni campi nomadi?) e in ghetti.
Non era difficile all’epoca che persone cosiddette normali, che mai avrebbero pensato alla soluzione finale, si facessero comunque una ragione delle persecuzioni: “è vero, non è giusto, però gli Ebrei sono ricchi, e le loro figlie trovano lavoro, che serve come “argent de poche”, mentre noialtre siamo disoccupate”, “sì, non va bene, però gli zingari sono di natura nomade, e poi rubano”, e così di seguito.
La costruzione dei luoghi comuni passa attraverso la propaganda, che è il contrario della informazione, dello studio, dell’analisi.
E’ ormai da quasi vent’anni, che siamo sommersi dalla propaganda, che ha cercato il consenso per la conduzione di guerre di aggressione, così frequenti e prevedibili, da ricordare le campagne dei Romani o quelle dell’Impero Ottomano. Ma purtroppo i media e troppi intellettuali disonesti sono riusciti a convincere l’opinione pubblica, elaborando con abilità i motivi che la spesso rozza propaganda politica degli aggressori forniva.
E così una volta si tratta del rispetto dei confini di uno stato (il Kuwait), un’altra volta al contrario questi confini sono da abbattere (il Kosovo), una volta esiste il pericolo delle armi chimiche o nucleari, ma quando si scopre che non ci sono, si passa tranquillamente al fatto che si stia portando la democrazia da qualche parte.
E nonostante che negli intervalli tra una campagna e l’altra i media e gli intellettuali, che non vogliono apparire ingenui come un bambino di quattro anni, si scatenino in analisi che scoprono quello che già si sapeva, alla preparazione della nuova campagna, ecco che rientrano nel solito ruolo vergognoso, usando le loro conoscenze e competenze per reclamizzare la nuova guerra come si reclamizza un prodotto commerciale (tocca forse all’Iran? O già si pensa a obiettivi più ambiziosi?)
Come lavoratori della conoscenza e lavoratori in generale, dobbiamo porci il problema dello sviluppo della capacità critica, per ampliare il ruolo della ricerca e dell’analisi dei fatti, dell’elaborazione intellettuale, che è unica arma al dilagare della superficialità dei luoghi comuni e della propaganda.
Tamara Bellone















