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Lavoro, Precariato


Il nuovo lavoro a Torino: precario, breve e raccomandato.

Spesso, nell’immaginario collettivo, l’idea che la “raccomandazione”è necessaria per trovare lavoro, viene associata al lavoro pubblico e al sud Italia, ma non è così.

Da una recente ricerca commissionata dalla provincia di Torino, emerge che solo il 10% de i disoccupati trova lavoro tramite le strutture abilitate dal pubblico, mentre più della metà di coloro che cercano lavoro, “il posto” lo trovano tramite familiari e conoscenti;il resto è dovuto ad “attivazioni personali”.


Dalla ricerca sono escluse le agenzie interinali che , comunque , non vanno oltre il 23% di avviamenti lavorativi, magari effettuati sulle medesime persone .

Anche nel grande e ricco nord, distante da Roma ladrona, la classica raccomandazione funziona ancora e ci interroga sulla bontà delle politiche che hanno portato a ridurre il peso del collocamento pubblico,visto che il mitico privato non ha dato grossi risultati.

Ma quale lavoro si trova a Torino e di che tipo?
I settori in cui avvengono maggiori avviamenti al lavoro, sono in prevalenza l’industria (36%) e i servizi all’impresa con una rilevante distribuzione nel commercio e nel turismo.

Nei primi nove mesi del 2007 su 242.000 avviamenti al lavoro solo il 20% è a tempo indeterminato, il resto è precario.

A fare la parte del leone sono i contratti a tempo determinato (il 40%)e il lavoro interinale (23%), segue poi l’apprendistato (6%) e d il lavoro a progetto (6%) che , nonostante le norme che sconsigliano le irregolarità, ha visto nel 2007 circa 20.000 nuovi avviamenti di lavoratori e lavoratrici.

Ma per quanto si lavora?

Nel 70% de i casi, la durata de i contratti a termine è inferiore ai 3 mesi e per il 30% s i lavora meno di 30 giorni.Per gli interinali va peggio:il 9 0% dei contratti ha una durata inferiore ai 3 mesi ed il 65% sotto i 30 giorni.

Alcune considerazioni: il mercato del lavoro a Torino è sostanzialmente gestito da una cultura familista e da circuiti di “conoscenze ” che sfuggono da una dimensione organizzata sia pubblica che privata.

La frammentazione del lavoro e la solitudine conseguente, colpisce larghi strati di giovani che si affacciano alla “vita responsabile ”, determinando insicurezza sulle loro prospettive future.Tutto ciò deve interrogare il sindacato sul suo insediamento e sulla sua capacità di rappresentanza che non può essere ricondotta ad una riproposizione esclusiva della prassi sulla contrattazione tradizionale .

Occorre ricomporre il lavoro e la relativa “sicurezza”, anche attraverso il superamento della rappresentanza organizzata in categorie ma provando a proporre una solidarietà di lotta legata al territorio, al sito o alle filiere produttive tentando di rappresentare tutti i lavoratori e le lavoratrici che concorrono a produrre quel bene , sia esso materiale o immateriale, come nel caso dei servizi.

Naturalmente, occorre tenere presente che il livello di precarietà è facilitato da leggi e norme che consentono agli imprenditori di scegliere e gestire da padroni le persone. L’accordo ultimo sul welfare non ha ridimensionato questo potere, bisogna, quindi, ripartire da una lotta per la modifica delle leggi, guardando anche alle situazioni locali.

Per il sindacato questo potrà e dovrà divenire un modo di reinsediamento popolare che, oggi, rischia di essere rappresentato esclusivamente da partiti populisti.

Davide Franceschin

Articolo pubblicato su metropoLiS cartaceo distribuito il 1 Maggio nella manifestazione torinese.

Pubblicato Sabato 10 Maggio 2008

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