Kosovo, stato fasullo
Internazionale, NO WAR, Rivista
Da Yalta alla caduta del muro di Berlino, l’assetto mondiale si basava su due fattori
a) l’esistenza di stati basati non tanto sulla cosiddetta etnia, bensì sull’appartenenza,
b) la formazione di stati nuovi, nati dalla dissoluzione degli imperi coloniali.
Un principio riconosciuto per l’ordine internazionale fu la intangibilità dei confini politici, comunque ereditati. Le Nazioni Unite tutelavano questo ordine internazionale
Alla fine degli anni ‘80, iniziò a svilupparsi una reazione, nel senso che:
a) poco per volta rinacquero stati che si basavano sulla ‘razza’, ‘etnia’, il ‘popolo’, ecc,
b) le forze colonialiste ripresero energia.
Il primo esempio fu la prima guerra all’Iraq (la cosiddetta guerra del Golfo), che aveva per scopo il controllo del petrolio e la reintroduzione dei protettorati stranieri, ma che non riuscì ai tempi totalmente nel suo scopo. Inoltre è interessante notare come allora la causa con cui si provò a giustificare la guerra fu : mantenere comunque, anche con l’uso della forza, i confini garantiti dalle Nazioni Unite.
Ma subito dopo la caduta del muro di Berlino, le mai sopite mire espansionistiche della Germania nei Balcani e nell’Europa orientale, la politica reazionaria del Vaticano, si affiancarono alle manovre di lungo termine del Fondo monetario internazionale, e prepararono la dissoluzione della Jugoslavia: tale dissoluzione fu il paradigma di molte ulteriori imprese degli Stati Uniti, e della Comunità europea.
La Jugoslavia, nata dalla guerra di liberazione dei partigiani comunisti, si differenziava dalla precedente Jugoslavia (quella monarchia), perché non era uno stato unitario, ma una federazione di repubbliche: Slovenia, Croazia, Serbia, Montenegro, Bosnia- Erzegovina e Macedonia.
Le potenze occidentali favorirono la nascita di stati a base etnica, per cui la Jugoslavia venne dissolta per far sorgere repubbliche come la Slovenia, la Croazia, inizialmente, poi la Bosnia-Erzegovina, la Macedonia e così via. Tali repubbliche facevano parte di una federazione, la Jugoslavia appunto, ma non corrispondevano in effetti a zone abitate da etnie differenti, sia perché le zone abitate dalle varie nazionalità erano a macchia di leopardo, sia perché le differenze tra le varie nazionalità sono modeste: basti pensare che la lingua è per lo più la stessa, nonostante le stupidaggini dette dagli anni ‘90 ad ora per far spuntare nuove lingue biunivocamente corrispondenti alle nuove repubbliche. Inoltre, gli avvenimenti della II Guerra mondiale, in cui si erano scatenati i fascismi nazionalistici, avevano lasciato delle tracce, delle paure, degli spettri, per cui fu facile soffiare sul fuoco.
Le potenze occidentali si affrettarono a riconoscere i nuovi stati, senza nessuna consultazione all’ONU: basti pensare all’illegalità della presa dei confini della Jugoslavia con l’Italia da parte di forze paramilitari slovene, all’inizio del conflitto.
Quale è la conclusione a quindici anni di distanza? Nell’area di ciò che fu la Jugoslavia, uno stato di dimensioni normali, con infrastrutture, industrie, servizi tipici di un paese europeo di media grandezza, sorgono ora piccoli stati, la cui economia è devastata, le cui banche sono diventate proprietà di banche occidentali, le cui fabbriche sono state privatizzate e comprate o da profittatori di guerra locali o da compagnie straniere. Si è dissolta dunque una economia, quella jugoslava, che comunque funzionava, e aveva funzionato per decenni, in sub- formazioni assolutamente incapaci di sussistenza, sovvenzionate o possedute da forze esterne.
Alcuni di questi stati sono repubbliche, altri protettorati, come la Bosnia.
Si tratta degli Stati Uniti, che hanno una immensa base nel Kosovo, e degli Stati della NATO, a parte la Spagna, che ha paura per i ’suoi’ Paesi Baschi. E’ grottesco che sia stato uno spagnolo, Solana, a capo della NATO durante l’aggressione alla Jugoslavia, e a costringere a suo tempo la Jugoslavia, dopo la cattura per opera della CIA di Slobodan Miloševic, a cambiare nome, a chiamarsi Serbia e Montenegro: e infine anche il Montenegro, staterello di 800000 abitanti, divenne ‘indipendente’.
La Comunità europea, e in generale l’Occidente si ritiene depositario di civiltà, e che sia suo compito esportare i valori assoluti in cui crede: tra questi vi è il fatto che il cittadino sia tale non per sangue (come era nella tradizione dello stato tedesco dell’Ottocento), ma sulla base della Costituzione dello Stato di appartenenza (nella tradizione francese del ‘citoyen’, a partire dalla Rivoluzione francese). Fu il nazismo a proclamare la necessità degli stati etnici (ed etici).
Eppure la Comunità europea, così solerte a proclamare questo credo al suo interno, è stata pronta a riconoscere a suo tempo le Repubbliche della Federazione come stati, ma adesso ha superato sé stessa, è riuscita a riconoscere l’indipendenza addirittura di una provincia’
La provincia del Kosovo ‘Metohija, che perde, chissà come mai, la seconda parte, cambia poi anche vocale finale: ‘Kosovo’ è la forma genitivo plurale di kos, parola che in serbo-croato significa merlo, e infatti sta per ‘Kosovo polje‘ (Piana dei Merli), la parola Kosova non ha alcun significato in alcuna lingua.
Quando faceva parte della Jugoslavia, il Kosovo-Metohija era popolato da Serbi, Albanesi, Rom , Croati, Jugoslavi in generale, Turchi, Egiziani, ed esistevano due lingue ufficiali, l’albanese e il serbo-croato, in talune zone addirittura il turco. Ora il Kosovo è diventato una zona mono-etnica, in cui la lingua ufficiale è l’albanese (e probabilmente l’americano) e in cui le popolazioni non albanesi, in primo luogo quella serba, che hanno avuto il coraggio di restare nella propria terra, vivono in veri e propri ghetti.
Il ‘Kosova’ non sarà peraltro uno stato indipendente, ma un protettorato, come la Bosnia, con i suoi governatori (da Kouchner in avanti) e proconsoli.
Tamara Bellone


















