cinema- LA SIGNORINA EFFE

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signorinaeffelocandina.jpgFinalmente la classe operaia torna al centro di un film. Dopo anni di fiction tutte basate sul rampantismo berlusconiano, piene di avventure di ricchi professionisti, con la pellicola della Labate si narra la vita degli operai.

In particolare gli operai degli anni ‘80 intenti a difendere il loro posto di lavoro e la loro autonomia contro l’attacco dei vertici Fiat decisi a ridurre il ruolo delle organizzazioni sindacali all’interno degli stabilimenti. E’ una storia paragonabile alla ‘Meglio gioventù’ di Giordana per l’intento di raccontare le istanze che in quei anni percorrevano migliaia di compagni decisi a cambiare i rapporti tra il capitale ed il lavoro in un quadro di giustizia di classe.

La storia è quella di un’impiegata, figlia di un vecchio operaio con trent’anni di Fiat alle spalle, che tenta la scalata sociale studiando la sera all’Università e fidanzandosi con un ingegnere suo capo ufficio. Recandosi nella sua nuova sede di lavoro incontra la realtà operaia nella figura di Sergio (un bravissimo Filippo Timi) che a poco a poco la introduce alla scoperta del mondo della lotta operaia. La coinvolge nei picchetti e nelle riunioni sindacali. Ma la rivincita padronale incombe sia sulla ragazza (la bella Solarino) sia sulle lotte.

Lo sciopero lungo 35 giorni contro i minacciati 15.000 licenziamenti, si conclude con un accordo di ripiego. La Fiat ottiene 21.000 operai in cassa integrazione falcidiando la maggior parte dei quadri sindacali, di cui ben pochi rientreranno nella fabbrica. La giovane impiegata rientrerà nel suo menage borghese riconciliandosi con l’ingegnere e la scena finale con la Solarino che sale in taxi e ritrova l’operaio ormai fuori dalla fabbrica e dalle lotte dà l’immagine di quella sconfitta.

effe1_5311.jpegLa Labate utilizza sia la fiction sia delle immagini d’epoca, usate anche dalla Comencini per il suo ‘In fabbrica’, in cui si vede i cortei di allora, il comizio di Berlinguer ai cancelli di (imperdibili le immagini di Maurizio Ferrara nel suo ruolo di responsabile fabbriche del PCI) ed infine l’assemblea che mette ai voti l’accordo sindacale con la massa degli operai davanti al palco che urla il suo no circondata da lontano dai crumiri e dagli impiegati che alzano le loro mani per approvarlo.

La Labate accompagnata dagli sceneggiatori Domenico Starnone e Carla Evangelista, si è servita della consulenza di alcuni compagni delegati del sindacato per ricostruire gli ambienti e le situazioni di quei anni. Ottime le figure dei vari interpreti: dal validissimo Giorgio Colangeli nel ruolo del padre, tipico esempio della classe lavoratrice che vede nella figlia la sua rivincita, alla Sabrina Impacciatore, come sorella, al fidanzato, un rigoroso Fabrizio Gifuni. Sicuramente molti storceranno il naso di fronte a certe semplificazioni rispetto alla complessità di quelle lotte, ma domina il bisogno di rendere fruibile la storia in modo da poterla proporre alla lettura di giovani che di quei anni nulla conoscono.

effe4.jpgCome spiegare la marcia dei cosiddetti 40.000, il ruolo del Sindacato e la volontà di lotta delle avanguardie e poi la disillusione della sconfitta senza cadere in una noiosa rievocazione? Qua sta il pregio della Labate. Anche utilizzando degli stereotipi o delle forzature nella sceneggiatura. Tutto è perdonato di fronte al merito di riportare in pubblico le lotte e la vita della classe lavoratrice. Possiamo dire che il film ci fa venire in mente pellicole di antica memoria quali ‘I compagni’ di Monicelli o ‘La classe operaia va in paradiso’ di Petri.

Giacomo Ceriana Maineri

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Pubblicato venerdì 22 febbraio 2008

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