Il rinnovo del CCNL credito.
Lavoro, Rivista
Oggi, dopo tutti i comunicati sindacali e le notizie lette sui giornali, i lavoratori saranno riusciti a conoscere più dettagliatamente ed approfonditamente il merito dell’accordo.
Devo innanzitutto comunicare che dopo 17 anni, era il CCNL del 1990, ho votato a favore di un contratto: anche se sono convinto che nella sostanza questo dia meno di quanto appare.
Penso però che la situazione del tavolo sindacale – 9 sigle, dall’UGL fino ai 2 sindacati autonomi - fortemente compromessa ha obbligato la firma l’8 dicembre; ritengo infatti che se non si fosse firmato in quel momento, il rischio di una frantumazione del tavolo era potenzialmente imminente.
È un contratto che ha luci ed ombre ma ritengo che, in controtendenza ai 2 precedenti, ha cercato di dare risposte ai vuoti normativi aperti con il tristemente famoso CCNL del ’99 sia sulla parte normativa che dal punto di vista economico.
È del tutto evidente che cambiare in un’unica tornata di rinnovo una filosofia come quella che ha portato il sindacato a creare flessibilità nell’organizzazione e nei tempi del lavoro, è impossibile, a maggior ragione se la convinzione per il sindacato che la concertazione è l’unica via possibile, purtroppo avvalorata da questo rinnovo, avvenuto senza il coinvolgimento dei lavoratori e senza un’ora di sciopero.
Sono due gli aspetti che, secondo me continuano ad essere problematici e che devono essere modificati proprio come punto di partenza: il salario incentivante e gli aumenti salariali. Non possiamo nascondere che la portata finale di questi aumenti sia rilevante rispetto ai rinnovi appena firmati ed alle richieste che ci sono in campo in altre categorie, ma se lo rapportiamo ai 5 anni ed al peso del salario incentivante nella categoria, diventa appena sufficiente. Abbiamo avuto la conferma anche in questo rinnovo che non si riesce a regolamentare e limitare il salario incentivante: le aziende vogliono mano libera, al posto loro mi comporterei nello stesso modo. Nessuna organizzazione sindacale ha analizzato i dati pesanti di questo fenomeno: quanto pagano le aziende in salario discrezionale? Quanti modelli e come vengono utilizzati? Il risultato è sconcertante, ci sono aziende che, fatto 100 il costo complessivo del lavoro, pagano la stessa cifra in salario discrezionale!
L’operazione allora che deve essere fatta e che il sindacato continua a non prendere in considerazione è quella di aumentare pesantemente il salario collettivo, sembra banale ma è l’unica strada per restituire il potere d’acquisto e ricreare una coscienza collettiva in categoria, oggi fortemente compromessa; sapendo che le aziende continueranno a premiare ma con importi minori.
A regime, nel 2010, l’aumento complessivo sarà di circa 280 euro per una figura media: saranno trascorsi tre anni dalla firma del CCNL e cinque dal rinnovo precedente! Malgrado si sia inserita in aggiunta una fetta di produttività di sistema, il meccanismo creato per portare l’assetto contrattuale a tre anni risulta imperfetto: perché mantiene in essere la parte più odiosa dell’accordo del 23 luglio ’93, l’inflazione programmata e non si è costruito un meccanismo automatico che rivaluti i salari a fronte di uno scostamento tra l’inflazione reale e quella programmata. Anche se non c’è nulla di scritto, di fronte ad uno scostamento tra inflazione programmata e reale, questa differenza sarà rimborsata. Ci sono state partite di scambio: il costo degli straordinari e l’incremento della percentuale sui lavoratori atipici nelle aziende fino a 1500 lavoratori, riducendo i danni nell’apprendistato e riconfermando che questo è l’unico strumento utilizzabile della Legge 30. Dopo la riconferma avvenuta l’estate scorsa di questa Legge da parte di questo governo (che avrebbe dovuto eliminarla!!!), non è poca cosa!
Non si è riusciti a impostare un recinto all’area contrattuale: assistiamo incessantemente a pezzi di lavorazioni o ad interi cicli produttivi (che non sono attività commerciali) ceduti dalle banche a società specifiche all’interno del gruppo o ad altre banche. Questo credo che continuerà ad essere un problema: avere delle società (oggi delle banche) che svolgono attività per le banche ma che potrebbero svolgerle anche per altri settori, può voler dire mettere in discussione tra qualche anno la natura contrattuale di quelle aziende. È un obiettivo che le banche perseguono dal 1990: ridurre addetti e costi del settore. Purtroppo, allo stato, non mi sembra che riusciremo ad evitare questa trasformazione!
È chiaro che di fronte a questo quadro, un lavoratore voterà a favore di questo rinnovo, ma noi dirigenti e quadri sindacali abbiamo una priorità: avviare una riflessione sulla natura e sul ruolo del Sindacato.
Dobbiamo riappropriarci della conoscenza dell’organizzazione del lavoro e dei suoi tempi, ricostruire la “filiera” produttiva delle banche per poter costruire una proposta politica che rimetta al centro il lavoro ed i lavoratori, che parta da noi ma che deve coinvolgere il corpo della nostra organizzazione per restituire dignità ai lavoratori e tornare ad essere il loro riferimento, da molti oggi messo in discussione.
Claudio Cornelli
Segretario regionale
FISAC/CGIL
















