L’accordo del 28 maggio del Pubblico Impiego
Lavoro, Rivista
Nella notte tra il 28 e il 29 maggio, l’incontro sindacati confederali – governo, ha chiuso il primo tempo della vicenda contrattuale del pubblico impiego; ora si apriranno i secondi tempi delle varie categorie per definire i singoli contratti nazionali.![]()
Una vicenda lunga, tormentata e complicata che ha prodotto grandi novità sulle quali occorre riflettere ed esprimere un parere.
L’accordo è costituito da due documenti che riguardano le risorse, il primo e le sequenze contrattuali, il secondo.
Nel primo si ribadisce l’entità delle risorse messe a disposizione dal governo per i contratti: “il Governo si impegna a stanziare, in sede di legge finanziaria per l’anno 2008, le risorse aggiuntive a regime occorrenti per assicurare, a decorrere dal 1° febbraio 2007, benefici economici medi pari a 101 Euro medi, per il personale del comparto dei Ministeri e incrementi corrispondenti, sulla base delle retribuzioni medie di riferimento, per gli altri comparti e settori dell’Amministrazione statale.”
La trattativa era partita male, in salita. Il Governo, come tutti ormai sanno, si era rimangiato già una volta le cifre concordate e, giocando al rilancio, proponeva l’incremento salariale di soli 93 € ed a partire dal gennaio 2008. Questo avrebbe significato saltare direttamente il primo biennio “economico” e aver già fatto il contratto per il secondo biennio. La trattativa ha riportato le cifre nel 2007 e l’aumento a 101€. Ci sarebbe da riflettere sulla congruenza tra gli aumenti ottenuti (che in questi giorni vengono adattati nelle contrattazioni che si sono aperte con l’ARAN per i vari comparti) e il reale recupero del potere d’acquisto dei salari. Si potrebbe disquisire del fatto che, almeno per la scuola, è il primo biennio, da quando si contratta con l’ARAN, che si salta quasi completamente un anno (nel 2006 c’è solo indennità di vacanza contrattuale…). Si potrebbe commentare anche che le richieste fatte non corrispondono ai documenti congressuali della CGIL che individuava nel contratto nazionale lo strumento principe per “l’incremento del potere d’acquisto delle retribuzioni e per aumentare i salari (…) a partire dall’inflazione effettiva e prevedendo altresì l’utilizzo di quote di produttività”. Però, visto che questi ragionamenti li abbiamo già fatti nei mesi scorsi in diverse sedi, non mi sembra il caso di soffermarmi oltre, basta riportare il commento del Corriere della sera del 30 maggio che afferma: “Al Ministero dell’Economia sostengono che, alla fine, per il 2007, non si dovranno stanziare fondi in più rispetto a quelli che sarebbero stati necessari per garantire 93 euro dal 1° gennaio 2007 (che era quanto voleva dare il ministro) perché 101 euro per 11 mesi fa più o meno quanto 93 per 12 mesi.”.
Nel secondo accordo, invece, c’è un impegno per la modifica della durata dei contratti: “… in attesa della definizione di un generale accordo di politica dei redditi, le parti si impegnano a concludere rapidamente, comunque entro il 31 dicembre 2007, un accordo inteso a prevedere in via sperimentale la durata triennale dei prossimi rinnovi contrattuali del pubblico impiego, sia per quanto concerne la parte economica che quella normativa, limitatamente al triennio 2008/2010.”
Questo è il testo firmato dai segretari dei comparti del PI che tante polemiche ha subito sollevato.
Podda, si precipita a spiegare che tanto della triennalità non se ne farà nulla perché, dice, chiederemo l’impossibile al governo. Sul manifesto del 30 maggio afferma che “siamo pronti a porre condizioni difficilissime da soddisfare…” .
Ma allora è tutto finto? Allora quella firma è stata una furbata per aggirare l’ostacolo? Peccato che sia una finta solo per qualcuno, solo per una delle due parti. In particolare, la nostra controparte non la pensa così. Tommaso Padoa Schioppa, il custode del rigoroso rispetto degli equilibri finanziari, alla domanda del giornalista del Sole 24 ore “a cosa si deve il suo giudizio positivo sull’intesa?” risponde: “l’accordo sulla triennalizzazione è un aspetto molto importante. (…) il Governo ha impostato la sua azione su cinque anni” (SL 24 ore 30 maggio 07).
Non si può uscire dall’angolo con le “furbate”!
Non sono affezionato agli accordi del 23 luglio ’93, anzi! Non mi sono mai piaciuti, ma non per la cadenza biennale, piuttosto perché hanno messo la museruola alla contrattazione ed al recupero salariale legando gli aumenti all’inflazione programmata. Ma se si decide di cambiarli occorre sapere prima cosa si vuole in alternativa. E per questo occorre poterne discutere e decidere in autonomia. Se invece una categoria accetta di modificare le regole del gioco, anche se sperimentalmente, condiziona di fatto la trattativa complessiva che si svolgerà successivamente.
Modificare al ribasso le regole contrattuali del 1993 era già nei pensieri del precedente governo Berlusconi. Infatti ricordiamo che Baccini, allora Ministro della Funzione Pubblica, provò a proporre dalle colonne dei quotidiani la triennalizzazione delle scadenze. Tale proposta fu rispedita al mittente con grande determinazione e sdegno da tutti i segretari generali del pubblico impiego.
Oggi, di fronte al diverso atteggiamento dei sindacati, la stessa Confindustria guarda con grande interesse a ciò che da tempo chiede: Bombassei, vicepresidente, plaude all’approdo triennale dalle colonne de La Stampa e sul Sole 24 del 1° giugno ribadisce l’importanza anche per i privati.

In cambio di 101 euro, si è consentito alla controparte di mettere “il piede nella porta” delle regole per introdurre la visione di un modello caro alla Confindustria, ma anche ad ambienti sindacali (CISL). In quest’ottica il CCNL diventerebbe sempre meno importante e vincolante per il recupero salariale, il cui compito verrebbe delegato sempre più alla contrattazione di secondo livello: un salario sempre più flessibile e variabile legato alle fortune dell’azienda. Così anche i diritti diventerebbero meno uguali e accessibili a tutti.
Da tempo l’area di Lavoro-società FLC Piemonte è impegnata in una denuncia degli errori nell’impostazione della linea sindacale. Per subalternità alla politica, o forse per abitudine, la linea sindacale lascia sempre l’iniziativa alla controparte. Il ritardo con cui si costruiscono le richieste contrattuali e le piattaforme è significativo anche questa volta. La scuola ha approvato l’ipotesi di piattaforma per il biennio 2006/07 solo il 25 maggio del 2007…! come possiamo poi lamentarci con il Governo che il contratto è in ritardo di 18 mesi?
Dobbiamo essere credibili con i lavoratori che hanno riposto in noi grandi aspettative. Non possiamo tutte le volte presentarci a loro per giustificare, o peggio, per spacciare per grandi astuzie, gli arretramenti e le concessioni che siamo stati costretti a fare al Governo.
Riprendere l’iniziativa guardando più agli interessi dei lavoratori che agli equilibri parlamentari e governativi: questo è ciò che serve per riconquistare quella fiducia che oggi si sta visibilmente perdendo.
Massimo Scavarda















