Trattamento di fine rapporto: confessioni di un indeciso.

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Lavoro, Previdenza, Rivista


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A giorni scade il termine per esercitare il diritto di opzione su cosa fare del proprio Tfr ed io ancora non so cosa decidere………..sono solo ?

Boh, mah, chi lo sa.

Sembrano tutti diventati promotori finanziari in questa Italia del terzo millennio, non bastavano i cinquanta milioni di italiani disposti alternativamente a svolgere il ruolo di premier o di Commissario Tecnico della nazionale, ora nel bel paese ci si è anche scoperti tutti promotori finanziari……..strano paese il nostro; entri in un ospedale e prima di sapere dov’è il bagno ti tocca chiedere a destra e a manca inutilmente ma se chiedi al primo che passa di spiegarti la modifica incombente del Tfr, argomento complicato come e quanto dirigere un governo, chiunque si sente in dovere di dirti la sua.

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Grande idea ! Lasciarlo all’Inps…………………però, c’è un però. Mi hanno fatto vedere l’andamento del Tfr negli ultimi anni ed in effetti sembrerebbe l’unico investimento in grado di fruttare qualcosa al lavoratore senza rischi ed invece sappiamo con certezza che in passato non è stato sempre così ed anche se il presente è stabile un futuro nel quale ritorna, anche per poco, troppa inflazione non è possibile escluderlo a priori.

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Il dipendente al momento di uscire dall’azienda incassava quanto accantonato con le rivalutazioni Istat calcolate su base annua prendendo i ¾ dell’indice Istat ed il numero fisso 1.5.

Come si vede dal grafico ( 1982/2006) nei primi anni di vita della legge sul Tfr capitava spesso che la crescita del Tfr (rivalutazione) andasse sotto l’aumento del costo della vita: significa che il lavoratore o la lavoratrice perdeva potere di acquisto, nel 1983 ad esempio il Tfr si è rivalutato del 11.06% mentre la vita aumentò del 12.75%, 1.000 euro di Tfr nel 1983 erano diventati l’equivalente di 983.00 euro. Poi man mano che l’inflazione italiana è andata riducendosi anche il rendimento dei tfr è diventato reale. Attualmente il lavoratore non perde potere d’acquisto se l’inflazione non supera il 6% annuo, sopra lo perde, mentre il massimo guadagno, sempre lo stesso lavoratore lo avrebbe in presenza di inflazione uguale a zero ( + 1.5%).

Ecco perché mi lasciano perplesso coloro i quali consigliano di lasciare il Tfr in azienda (ovvero all’Inps), ora com’è ora è una scelta conveniente ma se solo si immaginasse di riavere una situazione di alta inflazione, magari anche solo per un anno, ed ecco che buona parte del guadagno verrebbe eroso. Ecco cosa sarebbe accaduto al Tfr se nel triennio 2004/2006, ipoteticamente, avessimo avuto una inflazione pari all’8% come ad inizio anni ’80.

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Appare evidente che si avrebbe una situazione diversa rispetto all’attuale e tanti che ora parlano di “scippo” (che non c’è) sarei curioso di sentire cosa direbbero e come spiegherebbero il fatto.

Comunque la scelta di tenere il Tfr in azienda determinerebbe solo la continuazione di quella forma di accumulo evidenziata dal grafico1 con le controindicazioni evidenziate dal grafico2.

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Bello vero ? In effetti quando i privati propongono gli investimenti sanno accattivarsi le simpatie della clientela con questi semplici disegni nei quali si vede chiaramente che la ricchezza non si fabbrica, si fa e che pure un povero potrebbe, con la calma e la pazienza, diventare ricco sfondato.

Peccato che se sbagli investimento, Cirio, Parmalat o TangoBond che siano, quella graziosa linea celeste, la linea della ricchezza e della felicità diventerebbe piatta come l’encefalogramma di uno a cui devono solo più staccare gli organi.

Naturalmente se uno ha la moglie che lavora in banca può permettersi di rischiare alla grande ma se non ha santi nel sistema in grado di suggerirgli quali investimenti fare e quali evitare i rischi superano abbondantemente i benefici.

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La quarta ipotesi è quella di aderire ad un fondo negoziale chiuso, gestito da sindacati ed imprese e depositato presso l’Inps. Per vedere cosa succede in pratica con l’adesione ad un fondo chiuso ho sempre elaborato lo stesso tipo di rappresentazione grafica e mi sono immaginato tre diverse ipotesi, possibili attualmente sulla base della contribuzione aggiuntiva del datore di lavoro ad oggi versata ai lavoratori che aderiscono ai fondi chiusi: contribuzione pari al 50% del capitale versato (metto 1 e trovo 1.5), pari al 100% (verso 1 e trovo 2) e pari al 200% (rara, rarissima, verso 1 e trovo 3). La seconda condizione che pongo alla mia elaborazione grafica è che il fondo non abbia reso altro che pari pari la rivalutazione del Tfr su base annua.

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Come si evince chiaramente osservando il grafico, fatto sempre 100 il capitale nel 1982 un lavoratore che avesse versato, con il contributo del datore di lavoro (variabile in percentuale dal 50% al 200% del capitale accantonato in funzione delle diverse categorie di lavoratori ) ad un fondo che abbia reso uguale al tfr, messo a confronto con un investimento che permetta di guadagnare fisso il 10% all’anno, quindi molto di più del tfr; ci avrebbe guadagnato rispetto ad una banca fino al 13° anno nel 1° caso, fino al18° anno nel 2° e fino quasi al 25° anno nel terzo caso. Questo è dovuto chiaramente all’effetto moltiplicatore del contributo del datore di lavoro.

 

La risposta sembrerebbe scontata; in qualunque modo la si giri il fondo di categoria pare l’unico sistema per poter avere dei benefici senza grossi rischi, inoltre il fatto che si possa accedere al capitale accantonato anche prima dei canonici otto anni previsti dalla vecchia normativa rende ancora più interessante il tutto, almeno un operaio per pagare il dentista sa dove prendere i soldi che gli servono senza chiedere prestiti, inoltre il capitale al momento del ritiro, pur con i distinguo dovuti agli anni di permanenza sul fondo che agiscono sulle aliquote di imposta, pagherebbe meno tasse rispetto al Tfr così com’era in passato e come sarebbe se decidessimo di lasciarlo all’Inps.

Insomma aderire ai fondi chiusi rappresenta di gran lunga il miglior investimento possibile per un lavoratore o lavoratrice, conveniente persino aderire per pochi mesi visto che c’è pure la certezza di riscuotere minimo il 50% di capitale in più e pagandoci per giunta meno imposte rispetto alla tassazione separata che colpisce il Tfr lasciato in azienda.

Tutto luccica quando si parla di fondi di categoria, i sindacati nei consigli di amministrazione dei fondi dovrebbero garantire i contribuenti da operazioni finanziarie eccessivamente rischiose, i datori di lavoro………..beh se non lo sanno far fruttare loro il capitale allora chi ne è capace ? C’è addirittura chi accenna coraggiosamente all’avvento imminente della democrazia finanziaria, coi dipendenti finalmente a tavola anch’essi a banchettare a volontà coi frutti della distribuzione della ricchezza ed il tutto senza particolari sacrifici.

Troppo bello per essere vero.

Innanzitutto non c’è alcuna certezza che i fondi rendano effettivamente almeno quanto il Tfr ed il rischio di perdere tutto il capitale, compreso il contributo del datore di lavoro naturalmente, c’è e per quanto questo possa essere attenuato dalla fiducia nei sindacati nei Cda chiunque di noi sa ormai benissimo che i mercati finanziari nazionali ed internazionali hanno una vita propria indipendente dal resto del mondo, nessuno si sarebbe mai aspettato alcuni dei grandi fallimenti succedutisi negli ultimi anni eppure questi ci sono stati.

Poi i fondi hanno dei costi di gestione; anche qui non è che si voglia fare il processo alle intenzioni o il profeta di sventure ma non è difficile immaginare che i costi con il passare degli anni sono destinati a crescere mentre lo stesso non si può dire dei “ricavi” destinati ad impennarsi brutalmente ora che è obbligatorio scegliere ma che languiranno non appena la situazione attuale si sarà stabilizzata. Poiché solo lo sviluppo economico dei singoli settori merceologici dei fondi può garantire sempre ingressi aggiuntivi, la stagnazione o i licenziamenti collettivi dovuti alle crisi periodiche produrranno contrazioni di capitale gestito con conseguente aumento pro capite dei costi di gestione. In poche parole se spendo 100 per gestire un fondo con 100 iscritti spenderei 1 unità a testa ma se il numero scendesse a 50 le unità prò capite diverrebbero 2.

Incertezza sulla rendita e costi di gestione sono due incognite da tenere nella giusta considerazione, prima di aderire ai fondi; la terza questione riguarda il tipo di scelta che viene sottoscritta con l’adesione al fondo stesso; una scelta irreversibile per chi si butterà nel fondo e che potrebbe determinare a gioco lungo tensioni non di poco conto in chi, accantonato un gruzzoletto significativo, si trovi improvvisamente senza reddito e magari con una casa da pagare con magari la simpatica situazione di possedere un malloppo tale da poter estinguere il proprio debito e nella impossibilità di poterci mettere le mani sopra potrebbe far pentire molte persone della scelta fatta.

Infine c’è una obiezione di carattere ideologico, per alcuni insignificante, per altri insormontabile e che consiste nello scegliere implicitamente, insieme con il fondo, anche il cosiddetto libero mercato. Non è questo il contesto nel quale disquisire sulla carica utopica del pensiero liberale e quindi sul perché il mercato non solo non c’è ma nemmeno forse potrebbe effettivamente esistere ma di certo i fondi investiranno sull’attuale libero mercato: cosa significa ?

Spero che non equivalga a far si che ognuno diligentemente si acquisti la corda con la quale sarà impiccato ma i fatti, quelli sotto gli occhi di tutti, dimostrano inequivocabilmente che i mercati reagiscono molto bene quando arrivano notizie quali tagli di personale e ristrutturazioni (autentiche disgrazie per i contribuenti dei fondi) e molto male quando le notizie parlano ad esempio di aumenti salariali (viceversa manna dei contribuenti). Non è retorica ipotizzare che si scateni un invisibile conflitto tra l’individuo-lavoratore e l’individuo-investitore medesima persona.

Il paradosso potrebbe essere che il lavoratore riceva contemporaneamente la lettera di licenziamento con la quale gli si comunica la soppressione del posto ( e che quindi lo si sta rendendo povero e disoccupato) e la lettera dai gestori del fondo con la quale gli si spiega che il risanamento economico della “sua” azienda ha migliorato molto le performance del fondo stesso (rendendolo più ricco anche se per l’ultima volta).

In conclusione nulla appare semplice e scontato; ad una situazione confusa di suo bisogna aggiungere le singole esigenze personali, in questo paese c’è chi da qui a ventanni erediterà magari 4 appartamenti ed otto conti correnti e chi forse riuscirà a pagarsi il mutuo della prima casa. C’è anche chi non arriverà mai ad avere i soldi necessari ad acquistare una casa ed attivare un mutuo e chi sogna una vecchiaia nel proprio paese di origine dove gli Euro contano tanto e la moneta locale tanto poco al punto che una pensione insufficiente qui potrebbe essere ricca e via così all’infinito.

L’unica cosa certa è che la pensione pubblica così com’è attualmente rischia di creare una nuova generazione di poveri nel prossimo futuro che anche qualora si trovassero in grado di mantenersi con il 40% dell’ultimo stipendio non potrebbero certamente avere la certezza di non dover intaccare i propri risparmi per accedere alle cure mediche, sempre più care e costose e nemmeno di poter spendere in quelle voci, viaggi e vacanze, abbigliamento e quant’altro ad esempio che si giovano anche, non solo ma anche, della domanda dei pensionati.

Lasciare il Tfr all’Inps significa rinunciare al contributo del datore di lavoro, una quota cioè significativa sul montante complessivo e guadagnare meno di un punto percentuale all’anno (attualmente) sull’effettivo aumento del costo della vita, una briciola in più di un conto corrente bancario insomma e sperando che non “ridecolli” l’inflazione su vasta scala.

Versarli ai privati conviene ancor meno, innanzitutto senza il contributo del datore di lavoro il capitale diminuisce, poi i rischi per i profani sono infinitamente più grandi delle certezze per cui il problema manco si pone: si evita.

I fondi chiusi di categoria sembrerebbero la soluzione migliore ma presentano grandi e complesse controindicazioni e quasi tutti i rischi, quasi non tutti, dell’affidamento dei propri quattrini ai privati senza peraltro garantire di dare una risposta effettiva e non teorica all’effettivo bisogno alla base di questo stravolgimento e cioè l’aumento delle pensioni pubbliche attraverso la previdenza complementare, di ciò non esiste alcuna garanzia se non sulla carta e non è bene; i fondi non possono fallire ma nemmeno garantire la pienezza del capitale, fino ad una certa soglia il contribuente in teoria ci guadagna comunque, oltre ci rimette in potere d’acquisto e non sarebbe bene.

 

Insomma; sono partito indeciso e sono arrivato uguale a come sono partito. L’unica certezza rimastami è che il governo, direttamente attraverso l’Inps o indirettamente attraverso i fondi è riuscito a mettere le mani su una quantità enorme di denaro ad un costo inferiore a quello praticato dalla Banca Centrale Europea, risparmiando interessi. Che i datori di lavoro, i quali beneficiavano di questo prestito forzato e agevolato non ci hanno rimesso niente poiché con le compensazioni bilanciano le perdite dovute al travaso di quattrini verso l’Inps ed infine che i dipendenti possono scegliere si tra tre soluzioni differenti ma che di tre non una risponde effettivamente ai problemi sul tappeto: la pensione, pubblica e dignitosa per tutti in primis; la separazione delle voci della previdenza in prestazioni ed assistenza e finanziando attraverso la fiscalità generale quest’ultima e soprattutto una vera ripresa dell’occupazione, unico vero volano per far si che i fondi non diventino scatole vuote come certe fabbriche di nostra conoscenza.

Ivan Giordan

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Pubblicato Domenica 27 Maggio 2007

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