intervento 18 dicembre- conferenza di ateneo su piano strategico del politecnico di torino
Lavoro, Rivista, Varie
La premessa del Piano Strategico del Politecnico di Torino cita l’accordo di Bologna sulla progressiva omogeneizzazione dell’offerta formativa delle università europee e non cita mai il trattato di Lisbona che prevede l’incremento della spesa in ricerca e sviluppo sul 3% del PIL.
Il trattato di Lisbona è stato preceduto da solenni documenti della commissione europea in sequenza:
1986: un nuovo trattato (l’atto unico europeo) conferma che la scienza costituisce ormai una responsabilità dell’Unione europea.
1992: il trattato sull’Unione europea (il trattato di Maastricht) rafforza il ruolo dell’UE per quanto concerne la promozione della ricerca e dello sviluppo tecnologico.
2000: i capi di Stato o di governo dell’Unione europea decidono di fare dell’Unione europea l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo entro il 2010. Per contribuire al raggiungimento di questo obiettivo invitano ad istituire uno Spazio europeo della ricerca (SER).
2003: i capi di Stato o di governo dell’Unione europea decidono di incrementare la spesa di R&S (ricerca e sviluppo), portandola al 3 % del PIL entro il 2010.
Per i governanti nostrani, firmare un trattato non ne implica il rispetto, così che a tutt’oggi, dopo una martellante campagna preelettorale sulla società della conoscenza ci ritroviamo con ulteriori tagli sulle università e sulla spesa in ricerca e sviluppo e gli investimenti in ricerca e sviluppo sono ancora al di sotto dell’1% del PIL.
Noi pensiamo che la premessa per un piano di sviluppo non possa essere la situazione di sfascio e abbandono dell’intero settore, pensiamo che non ci si debba conformare all’esistente: la premessa del piano strategico del Politecnico di Torino deve contenere l’irrinunciabilità degli investimenti pubblici e un di un loro allineamento alle medie dei paesi più avanzati dal punto di vista dell’innovazione tecnico scientifica, un vero e proprio cambio di rotta relativamente alle nostre miserrime politiche .
I trattati europei vengono tirati in ballo quando propongono tagli sulle spese sociali o obblighi monetari verso l’europa, mai quando si tratta di investimenti per lo sviluppo della società.
Il piano strategico contiene senza dubbio elementi condivisibili che vanno verso la razionalizzazione degli investimenti e nella direzione della crescita delle sinergie e complementarietà degli Atenei Piemontesi. Sono inoltre condivisibili gli accenni al rapporto con il sistema delle imprese impostato sulla trasparenza, anche se riteniamo necessario il rafforzamento degli strumenti di indirizzo della ricerca da parte della comunità scientifica del Politecnico, affinchè la ricerca prodotta da una istituzione pubblica non risponda alle sole leggi di mercato e alle famigerate navigazioni a vista, poco adatte alla programmazione pluriennale della ricerca; una programmazione che per essere efficace deve andare oltre le mode del momento e oltre le necessità immediate del sistema produttivo.
La riorganizzazione della governance, o meglio, il governo dell’ateneo, merita un discorso approfondito, anche perché il documento non è poi così chiaro: a noi interessa salvaguardare la democrazia interna, la condivisione delle scelte e il coinvolgimento dei lavoratori del Politecnico, docenti, ricercatori, tecnici ed amministrativi attraverso processi decisionali trasparenti e democratici.
Non ci piacciono affatto le strutture parallele, che affiancano e dirigono al di fuori delle strutture elette democraticamente, come purtroppo già accade in alcuni Atenei Italiani, così come non ci è mai piaciuta la teoria che la democrazia e le sue a volte faticose procedure si tramuterebbero nei famosi lacci e lacciuoli.
La riorganizzazione dei dipartimenti puntando alla multidisciplinarietà e all’accorpamento in alcuni centri dotati di autonomia gestionale ed amministrativa si potrebbe rivelare una scelta positiva solo se la intendiamo come elemento di razionalizzazione e se si garantisce l’unitarietà dell’offerta formativa, evitando le possibili e probabili duplicazioni e frammentazioni dei corsi. La facoltà di opzione del ricercatore e dei docenti va estesa ai tecnici ed amministrativi.
Va garantita la centralità della contrattazione di Ateneo, respingendone la polverizzazione.
Tutte le materie di contrattazione decentrata vanno discusse su un tavolo centralizzato, in particolare, organizzazione del lavoro (compresi gli orari di lavoro, già oggi sottoposti in alcuni luoghi di lavoro del nostro Politecnico, agli arbitri di direttori e capi servizio), salario accessorio, diritti, il tavolo di trattativa deve restare unico e centralizzato.
Riteniamo molto preoccupante come viene affrontata la questione degli spin-off.
Gli spin-off sono senza dubbio strutture di ricerca che avranno ricadute positive per le aziende private, ne siamo sicuri!
Che contratto di lavoro avranno i ricercatori e il personale? Lo vediamo già oggi; il lavoro negli spin-off è prevalentemente precario, inoltre, le aziende private o gruppi di imprenditori affiancati da qualche docente del Politecnico invece di assumere ricercatori, inquadrarli con un contratto di lavoro regolare, per sviluppare un determinato progetto di ricerca applicata, troverà molto, ma molto più conveniente esternalizzare la ricerca presso i nostri spin-off. In altre parole gli spin-off potrebbero distruggere lavoro buono per creare lavoro precario.
La precarietà del lavoro del ricercatore è un tema che deve per forza entrare in questa discussione e ci deve entrare dalla porta principale; il piano strategico mette in evidenza la volontà di attrarre scienziati dal circuito accademico internazionale, ma noi abbiamo ricercatori che sono già un’eccellenza nel quadro internazionale costretti o che si accingono ad emigrare all’estero per ottenere un contratto di lavoro serio. Non sarebbe più razionale stabilizzare prima le eccellenze che oggi sono già presenti nei nostri laboratori o che sono all’estero in attesa di collocazione da anni?
La ricerca di base deve continuare a essere la ricerca principale dell’Università pubblica e nel documento strategico del Politecnico andrebbe rimarcato con più convinzione, fornendole la certezza dei finanziamenti slegati dagli andamenti mercantili della ricerca applicata.
Prima di entrare nel merito dei sistemi di valutazione della ricerca è doverosa una premessa: in Italia, come abbiamo già scritto non solo noi del sindacato, la ricerca opera in condizioni disastrose: scarsi fondi, scarse attrezzature e strumenti, macchinari fermi per l’impossibilità di acquistare materiali di consumo, precarietà del personale che a volte compromette o ritarda i progetti per i numerosi avvicendamenti di ricercatori precari. Malgrado tutto la ricerca pubblica italiana in molti settori si può ancora definire ricerca avanzata, questo anche per la solidità del back-ground culturale e scientifico che le istituzioni universitarie sono ancora in grado di fornire agli studenti e forse per l’ingegno che ci caratterizza almeno nei luoghi comuni.
Nonostante l’Italia sia ultima (tra paesi del G8+EU+US) nella classifica per investimenti privati in R&S, il numero di dottori di ricerca formati e il numero di ricercatori assunti, la produzione scientifica rimane qualitativamente e quantitativamente più che buona (7° posto nel ranking mondiale, con un 3.67% del totale delle pubblicazioni mondiali e 3.71% del totale delle citazioni mondiali (Nature, 2004. 430:311-316).
Con questa premessa l’individuazione– nei piani di attuazione del Piano Strategico – di un limitato numero di settori prioritari sui quali concentrare le risorse, sulla base della loro rilevanza strategica in termini prospettici e di criteri di valutazione scientifica presenta pesanti rischi.
La valutazione della ricerca deve utilizzare sistemi e criteri omogenei, condivisi internazionalmente, misurati in primo luogo mediante la quantificazione della produzione scientifica e “culturale” in genere (articoli su riviste con revisione internazionale, libri, brevetti, attività di alta formazione). Tra gli elementi di valutazione c’è, inoltre, la capacità di autofinanziamento e di attrazione di fondi esterni (soprattutto di privati) delle istituzioni e dei singoli ricercatori. E’ evidente che una scelta che privilegi questo parametro rischia tuttavia di incentivare unicamente lo svolgimento di ricerche a ricaduta immediata e di fermare completamente la ricerca di base, di ampio respiro, che non garantisce certo risultati né sicuri né immediati, ma che è l’unica vera anima del progresso culturale e produttivo di un paese. (nota: ci sono gia’ risultati in qs senso derivanti dall’esperienza inglese del Research Assessment Excersise (RAE)) .
Ci appare poco praticabile la strada della valutazione del lavoro tecnico ed amministrativo in assenza per ora di criteri oggettivi di valutazione.
Anche la didattica va affrontata in un quadro nazionale di riforma dell’offerta formativa; il rischio concreto di una riforma a carattere locale è la disomogeneità del titolo di studio, che porterebbe con se un oggettivo abbattimento del valore legale del titolo di studio. La struttura ad albero dell’offerta formativa pare essere una scelta razionale affiancando ad essa momenti di approfondimento interdisciplinare. E’, però, necessaria una riflessione contestuale sull’impegno attuale degli studenti, con ritmi che non consentono loro la autoprogrammazione degli studi, un minimo di attività extrauniversitarie e di approfondimento interdisciplinare che l’università dovrebbe garantire ai propri studenti.
Rino Lamonaca















