Capitalisti ottusi

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Sostenere che i bassi salari costituiscono la causa della crisi [2] contrasta con l’evidenza empirica dal momento che all’inizio di ogni crisi i salari sono sempre più alti di quanto non siano alla fine. Addirittura, questo fatto ha dato origine ad una teoria (sulla crisi) chiamata “profit squeeze” [3].

Una banale spiegazione della tendenza dei salari a decrescere durante le fasi di crisi è costituita dal fatto che la crisi porta con sé un aumento della disoccupazione e questo aumento della disoccupazione porta con sé, a sua volta, un aumento della tendenza dei lavoratori ad accettare condizioni salariali e sindacali peggiorative in cambio del mantenimento del posto di lavoro [4].

Naturalmente, il fatto che i salari all’inizio della crisi siano più alti non significa che essi siano alti,; ovvero, è possibile che i salari siano già bassi all’inizio e che si riducano ulteriormente durante. Questo, tuttavia, impedisce che l’aumento dei salari possa costituire la soluzione della crisi dal momento che le crisi “finiscono” (se così si può dire) con un abbassamento dei salari (e in parte si dovrebbe anzi dire grazie a tale abbassamento).
Anche il buon Marx non era per nulla convinto che fossero i bassi salari a determinare la crisi. Era convinto, anzi, del contrario
“È pura tautologia dire che le crisi provengono dalla mancanza di un consumo in grado di pagare o di consumatori in grado di pagare. Il sistema capitalistico non conosce altre specie di consumo all’infuori del consumo pagante, eccettuate quelle sub forma pauperjs o quelle del «mariuolo».

Il fatto che merci siano invendibili non significa altro se non che non si sono trovati per esse dei compratori in grado di pagare, cioè consumatori (sia che le merci in ultima istanza vengano comprate per consumo produttivo ovvero individuale). Ma se a questa tautologia si vuol dare una parvenza di maggior approfondimento col dire che la classe operaia riceve una parte troppo piccola del proprio prodotto, e che al male si porrebbe quindi rimedio quando essa ne ricevesse una parte più grande, e di conseguenza crescesse il suo salario, c’è da osservare soltanto che le crisi vengono sempre preparate appunto da un periodo in cui il salario in generale cresce e la classe operaia realiter riceve una quota maggiore della parte del prodotto annuo destinata al consumo.

Al contrario, quel periodo – dal punto di vista di questi cavalieri del sano e «semplice» buon senso – dovrebbe allontanare la crisi. Sembra quindi che la produzione capitalistica comprenda delle condizioni indipendenti dalla buona o cattiva volontà, che solo momentaneamente consentono quella relativa prosperità della classe operaia, e sempre soltanto come procellaria di una crisi” [5].

“… le crisi vengono sempre preparate appunto da un periodo in cui il salario in generale cresce e la classe operaia realiter riceve una quota maggiore della parte del prodotto annuo destinata al consumo”: non sembra proprio un ragionamento sotto-consumistico… Al contrario, l’affermazione di Marx sembra molto più vicina alle teorie sul “profit squeeze” che possono essere considerate antitetiche a quelle sotto-consumistiche.

***

Ora, noi sappiamo – empiricamente – che quando la crisi esplode ogni singolo capitalista (di qualsiasi latitudine o longitudine, di qualsiasi epoca storica, di qualsiasi lingua, religione, altezza, sesso, colore degli occhi… esso sia) la prima cosa che fa è cercare di tagliare (quantomeno in termini relativi) il salario dei lavoratori [6] perché questo consente una diminuzione dei costi di produzione.

“La lotta della concorrenza viene condotta rendendo più a buon mercato le merci. Il buon mercato delle merci dipende, caeteris paribus, dalla produttività del lavoro, ma questa a sua volta dipende dalla scala della produzione. I capitali più grossi sconfiggono perciò quelli minori”. [7]

Poiché la produttività del lavoro si misura in unità di prodotto per unità di forza lavoro – e, per conseguenza, in unità di prodotto per unità di salario- visto che la forza-lavoro ha un costo che si chiama, appunto salario [8] -, aumentare la produttività significa, semplicemente che, per avere lo stesso output basta un numero minore di lavoratori, ovvero basta una massa inferiore di salario. Detto in altri termini: diminuire i salari a parità di intensità di lavoro (o anche aumentare l’intensità di lavoro a parità di salari).

Queste è proprio la direzione opposta rispetto a quella indicata dai sotto-consumisti i quali si sgolano a sostenere che la soluzione di ogni problema è lì a portata di mano, “basta” aumentare il salario dei lavoratori… E invece no, piuttosto che aumentare il salario dei lavoratori questi capitalisti ottusi e auto-lesionisti si farebbero tagliare un braccio…
Sia chiaro: i lavoratori hanno sempre il diritto di lottare per migliori condizioni di salario o per difendere le condizioni sociali esistenti, ma non certo, come sostengono certi sinistri intellettuali, politici e sindacalisti, per far uscire il capitalismo dalla crisi.

“Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l’unione degli operai si estende sempre più” [9]
Il risultato fondamentale, oltre la lotta immediata, è la trasformazione delle lotte parziali in lotta di classe, in lotta politica, e dei lavoratori in classe, in partito.
Gennaio 2012
areaglobale.org

Note

[1] Antiper, WEB: www.antiper.org, EMAIL: antiper@antiper.org

[2] Gli accademici sotto-consumisti la chiamano spesso “crisi di realizzo” (ovvero crisi per mancata “realizzazione” del capitale contenuto all’interno delle merci prodotte, attraverso la loro vendita). Si tratta di una formulazione volutamente ambigua che include sia le “crisi di sottoconsumo”, sia le “crisi di sovrapproduzione”, poiché in entrambi i casi c’è una parziale mancata realizzazione delle merci prodotte. Una formulazione che non distingue il processo effettivo (il “sotto-consumo determina la sovrapproduzione” oppure “la sovrapproduzione determina il sotto-consumo”).

[3] cfr Anwar Shaikh, An introduction to the history of crisis theories, IV Capitalism as Self-Limiting Accumulation, Class Struggle and the Profit Squeeze.

[4] Durante le crisi, in sostanza, i lavoratori si indeboliscono dal punto di vista sindacale. E tanto più si indeboliscono dal punto di vista sindacale, tanto meno hanno la capacità di realizzare conquiste che non sono riuscite neppure nei momenti in cui erano molto più forti (e da qui discende il nostro profondo fastidio per tutte quelle parole d’ordine e quegli s/propositi sindacali, tanto bellicosi a parole, quanto vani e inconsistenti praticamente, che in certe fasi sembrano una vera e propria presa in giro dei lavoratori e della loro capacità oggettiva a fermare l’attacco dei capitalisti).

[5] Karl Marx, Il capitale, Volume II, Capitolo 20, IV.

[6] Nel senso di tagliare quote di capitale variabile attraverso aumenti di produttività e quindi creazione di maggiori quote di plusvalore relativo, se vogliamo usare – e noi vogliamo usare – il linguaggio di Marx.

[7] Karl Marx, Il capitale, Volume I, Cap. XXIII. Nel passo indicato è interessante osservare che Marx lega la produttività anche alla “scala della produzione”. E infatti la crisi spinge alle fusioni/acquisizioni/federazioni tra imprese omogenee (e non) dal punto di vista dell’attività economica, spinge cioè alla dimensione imperialistica del capitalismo: pescecani contro i lavoratori e pescecani tra di loro.

[8] Salario, non fa mai male ripeterlo, sociale, globale ovvero comprensivo di retribuzione diretta, indiretta e differita.

[9] Karl Marx – Friedrich Engels, Il manifesto del partito comunista.

Pubblicato sabato 28 gennaio 2012

Roma: dalla piazza un no netto a Monti, all’UE e alle banche

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Uno sciopero difficile, ma indispensabile. Contro il governo Monti, lo strapotere delle banche e i diktat dell’Unione Europea. E contro la repressione e gli arresti. Decine di migliaia di lavoratori, studenti e precari a Roma per dire che i sacrifici li devono fare coloro che non hanno mai pagato.

Mentre Piazza San Giovanni si riempie di lavoratori e lavoratrici arrivate da tutta Italia, e dal palco si susseguono gli interventi dei rappresentanti delle sigle del sindacalismo conflittuale che hanno coraggiosamente promosso lo sciopero generale di oggi, i fotografi si accalcano. Alcuni attivisti del Comitato No Debito hanno bruciato una bandiera dell’Unione Europea, quella azzurra con le stelle gialle. Un gesto simbolico che racchiude il senso di uno sciopero che definire difficile è dir poco. Uno sciopero tutto politico, quello di oggi, contro i diktat dell’UE e delle banche proditoriamente applicati da Monti e dai suoi ministri. Provvedimenti che stanno strizzando e impoverendo milioni di italiani.

E così i sindacati di base e indipendenti hanno deciso di dare una risposta immediata, nonostante le evidenti difficoltà: il mondo del lavoro dipendente nel nostro paese sembra ancora inebetito da decenni di ‘antiberlusconismo’ e per ora la speranza che dopo il disarcionamento di Silvio le cose possano andare un po’ meglio prevale sulla rabbia e sulla protesta contro una sfilza di provvedimenti iniqui che neanche il Cavaliere si era permesso di adottare. D’altronde Monti ha un compito, e lo sta portando avanti. Con le buone – la propaganda sul ‘salva’ o ‘cresci’ Italia, il sostegno parlamentare trasversale, l’appoggio mediatico quasi totale – e ora anche con le cattive.

In 48 ore si sono viste le botte della Polizia ai pescatori a Montecitorio, le cariche ai senzacasa in Campidoglio e una retata anti No Tav realizzata contemporaneamente in 15 province del paese. Una coincidenza affatto casuale. Un segno chiaro di questo governo e dei poteri forti che lo animano e lo sostengano a chiunque, nella società, voglia contrastare il più grande attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari che questo paese abbia visto dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Ma come si gridava dal palco mobile che apriva il lungo serpentone che da Piazza della Repubblica ha sfilato fino a San Giovanni, “la repressione porterà solo ad un aumento della mobilitazione e della ribellione”. In tanti, oltre che con le bandiere dell’Unione Sindacale di Base o degli altri sindacati, sono venuti a Roma con le bandiere No Tav. Un pompiere in divisa le ha messe tutte e due sulla sua asta, e le sventola insieme. Anche uno striscione recita “Libertà per i No Tav. Le lotte non si arrestano”.

E poi tante parole d’ordine contro l’assalto ai salari e alle pensioni, contro le privatizzazioni e le finte liberalizzazioni, contro la riduzione della democrazia nei luoghi di lavoro. Per dire che il debito i lavoratori non l’hanno creato e quindi non lo devono e non lo vogliono pagare.

Almeno 40 mila persone hanno manifestato nel centro della capitale, nonostante le metropolitane fortemente rallentate e la penuria di autobus e treni. Decine e decine gli striscioni delle federazioni regionali dell’Usb, dell’Usb Immigrati, dei comparti della Sanità, del Pubblico Impiego, della Scuola, della Ricerca, dell’Inps. I Vigili del Fuoco in divisa dell’Usb, i lavoratori delle telecomunicazioni dello Snater, quelli delle fabbriche (Fiat Mirafiori, Pomigliano, Sevel, ex Alfa Romeo, Thales Alenia Space ecc) dello Slai Cobas, i dipendenti delle cooperative sociali, delle ditte di appalti e dei supermercati dell’Usb e dell’USI. E poi ancora gli autoferrotranvieri dell’Usb e soprattutto quelli dell’Orsa, che in piazza sfilano con una locomotiva che sputa fuoco e allerta con il suo campanello i passanti e i negozianti distratti.

La manifestazione sfila tranquilla ma determinata, e come spesso avviene a Roma lungo il percorso, per fortuna sotto un bel sole che riscalda l’aria gelata della mattina, si gonfia man mano di altri partecipanti. Verso il fondo ci sono gli studenti di ‘Senza Tregua’. Sfilano dietro uno striscione nero che in rosso recita “Studenti e lavoratori uniti. Sciopero generale’ e agitano bandiere rosse, compatti nei cordoni. Subito dietro di loro lo spezzone del sindacato metropolitano: i movimenti di lotta per la casa, i Blocchi Precari Metropolitani, i precari, gli immigrati. Quando passano davanti alla Banca Toscana, in Via Merulana, il clima si anima. Qualche uovo, fumogeni e una scritta – “Spegni il mutuo, accendi le banche” – ricordano che c’è chi dalla crisi trae profitto e ci guadagna.

Il sanzionamento si ripete un po’ più avanti, quando il bersaglio diventa una filiale di Banca Intesa San Paolo – ampiamente rappresentata nell’esecutivo Monti – e poi ancora verso la fine del corteo quando la rabbia dei manifestanti prende di mira la sede dell’Assessorato Comunale alle Politiche Sociali. Anche qui qualche uovo e qualche fumogeno. E tanti slogan contro un’amministrazione Alemanno servile nei confronti dei palazzinari e delle lobby della speculazione e chiusa totalmente alle richieste dei movimenti di lotta per la casa. “Lo spezzone sociale che partecipa oggi a questo sciopero generale, e che non è organizzata nelle forme classiche del sindacato, ha iniziato ieri il suo percorso di mobilitazione” ci spiega Paolo di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani. “Siamo andati in tanti in Campidoglio a rivendicare un piano casa degno di questo nome. Quello che stanno approvando è un piano di cementificazione, un grande ed ennesimo regalo ai costruttori che stanno per staccare i loro assegni per la prossima campagna elettorale. Dopo le cariche e le botte di ieri in Campidoglio oggi siamo di nuovo in piazza per ribadire che la strada maestra è quella dell’indipendenza e del conflitto, in una relazione sempre più forte con il sindacalismo di base”.

Oltre ai tanti lavoratori e giovani in piazza c’è anche qualche realtà di ‘movimento’. Non le grandi reti organizzate del movimento studentesco che pure qualche tempo fa andarono in corteo dalla Camusso a chiedere lo sciopero generale contro Berlusconi. E anche dai centri sociali della Capitale c’è qualche rappresentanza spuria. Ma non manca lo striscione del Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua, che aveva già annunciato la propria adesione nei giorni scorsi. “Siamo in piazza per manifestare contro un governo che prosegue lungo la strada delle privatizzazioni dei beni comuni – spiega Paolo Carsetti – Siamo stati in campo per contrastare l’approvazione del cosiddetto ‘decreto crescItalia’ ottenendo che ne venisse stralciata la parte più negativa che vietava la gestione pubblica dei servizi locali. Un decreto che rimane sostanzialmente di stampo ultraliberista e che nega ampiamente l’esito referendario”.

Poco più in là un gruppetto di manifestanti sfila nei panni della Banda Bassotti, con i sacchi in spalla e le facce di Monti e degli altri ministri attaccata sulla pettorina. E’ così che i lavoratori che manifestano vedono l’esecutivo ’salva Italia’. Come una banda di ladri e truffatori. Ogni tanto si fermano e si mettono in posa, per i fotografi. Così come le insegnanti che battono su un tamburo e scandiscono:  “Siamo stanchi di aver pazienza. Insegniamo disobbedienza”.

Marco Santopadre

contropiano.org

Pubblicato venerdì 27 gennaio 2012

NO TAV- LA VALLE NON SI ARRESTA!!!!!

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Dopo gli arresti e le viscide dichiarazioni di Caselli, ecco la straordinaria risposta della Valle di Susa. Sbagliava di grosso chi credeva di dividerci in buoni e cattivi. 8000 le persone che hanno risposto all’appello lanciato solo oggi pomeriggio; come sempre il solito colorato mondo no tav con bambini, nonni, giovani studenti…tutti insieme per chiedere l’immediato rilascio di tutti gli arrestati. Da sottolineare poi la risposta dei commercianti di Bussoleno che in solidarietà a Mario, il barbiere arrestato, hanno tenuto i negozi aperti, nonostante l’ora, ed esposto bandiere no tav e locandine di solidarietà.

Etinomia, la neo-associazione che si batte per un economia etica al di fuori di grandi opere inutili e distruttive, ha in progetto di tenere aperto il negozio di Mario. I parrucchieri iscritti a Etinomia hanno già dato la loro disponibilità a turnare. Un gesto di straordinaria generosità che poteva avvenire solo in una valle come la nostra, dove al primo posto ci sono i rapporti umani, le relazioni tra paesani e non il profitto.

Un pensiero particolare va al nostro Guido. Per noi di Spinta dal bass è zio Guido, uno di famiglia con cui si è condiviso  anni di lotta ma anche e sopratuttp di amicizia sincera. Zio Guido non è solo un volto conosciuto del movimento, non è solo un bravo consigliere comunale nè solo un presidiante di ferro…Zio Guido è una persona che sa farsi amare e noi lo rivogliamo immediatamente in mezzo a noi. Così come rivogliamo liberi tutti!

La lotta della Valle di Susa non si arresta!

comitato no tav spinta dal bass – Takuma

Pubblicato venerdì 27 gennaio 2012

NO TAV- la solidarieta’ di Cittadini contro l’amianto

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E’ in corso una vasta operazione repressiva che sta colpendo decine e decine di militanti alla manifestazioni del 27 giugno e del 3 luglio 2011 contro il TAV in Valsusa.

Ribadiamo la nostra vicinanza e solidarietà al movimento NO TAV che abbiamo invitato nella nostra iniziativa del 17 settembre 2011. Le ragioni del perche’ la nostra lotta contro la discarica di amianto e’ unita a quella della Valsusa lo abbiamo spiegato nel precedente comunicato

Denunciamo questa operazione repressiva voluta dalla procura di Torino e che ha come mandanti il governo Monti e amienti legati al PD e a gli interessi del grande capitale e delle banche che premono per accelerare la realizzazione del TAV.

Quelli che vanno ‘arrestati’ sono i politici e gli imprenditori che vogliono a tutti i costi realizzare opere inutili e pericolose per la salute dei cittadini e che il più delle volte sono legati ad interessi mafiosi, come dimostrano gli accadimenti di corruzione in Lombardia che hanno coinvolto uomini legati a Formigoni e alla Compagnia delle Opere.

Questa operazione di repressione, guarda caso, avviene subito dopo le dichiarazioni del ministro Passera su come intende programmare il futuro ’sviluppo economico’ e all’incontro dello stesso Passera (uomo di Intesa San Paolo, isituto bancario che ha grossi interessi nella Brebemi) con Formigoni in cui è stata ribadita la volontà di realizzare la Brebemi entro il 2013.Tutto ciò nonostante le infiltrazioni mafiose presenti in tutte le grandi opere e a prescindere dalla salute dei cittadini e dalla distruzione del territorio che la realizzazione di queste ‘grandi opere’ producono e produrranno.

NO PASARAN
LIBERTA’ PER TUTTI GLI ARRESTATI

26 gennaio 2012

Cittadini contro l’amianto
nodiscaricadiamianto@yahoo.it – 3389875898 -

Pubblicato venerdì 27 gennaio 2012

NO TAV- Noi vogliamo costruire un futuro per tutti

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Noi vogliamo costruire un futuro per tutti

Politici, amministratori, affaristi tenetevi le vostre macerie

Ve le porteremo a Torino il 28 gennaio 2012.

Porteremo macerie della Maddalena di Chiomonte: pezzi di alberi tagliati per fare posto al non cantiere, pezzi di recinzione, bossoli di lacrimogeni che hanno gasato e ferito persone e piante, pietre lanciate, ecc…

Vi restituiamo le macerie che state creando.

Le macerie dell’informazione che spesso non è corretta, le macerie della libertà di tutti ferita dalla militarizzazione di un’intera valle, le macerie del denaro pubblico che si sta sprecando in una grande opera inutile e dannosa di cui approfitteranno soprattutto mafie e affaristi, le macerie di quello che voi chiamate sviluppo e crescita e che invece porta crisi sociale ed economica.

Noi non ci stiamo e continueremo ad opporci con la sola forza della nonviolenza popolare con forme di disubbidienza civile, di boicottaggio, di non collaborazione, di resistenza, di determinazione nella ricerca della giustizia.
Noi non ci stiamo e continueremo a impegnarci per costruire una società e un mondo in cui le ricchezze siano redistribuite in modo più equo, in cui le risorse necessarie per il bene di tutti si trovino tagliando le spese militari e colpendo le grandi ricchezze non produttive, in cui i beni comuni siano al centro: lavoro, scuola, sanità, servizi per le
persone più fragili, trasporti locali, cultura…

Invitiamo i cittadini di Torino, della Valsangone, dei comuni della Collina Morenica, della Val di Susa a ritrovarsi sabato 28 gennaio alle h.14,30 in piazza Carlo Felice.

Per garantire gli affari all’alta velocità, si cancellano servizi, si impongono costi elevati ai viaggiatori, si eliminano tratte, si peggiora il servizio per i pendolari, si licenziano lavoratori: testimoniamo con la nostra presenza nell’area della stazione la nostra solidarietà ai ferrovieri in lotta per difendere il proprio posto di lavoro.

Invitiamo tutti a portare o indossare un cartellone che esprima le ragioni contro il Tav ed un messaggio costruttivo e di impegno per difendere le nostre colline, le nostre montagne, le nostre città.

Cercheremo il dialogo con i cittadini per le strade del centro, i nostri cartelli parleranno delle ragioni della nostra lotta, le performance teatrali che faremo in piazza Castello porteranno sotto gli occhi di tutti la quotidianità di una valle militarizzata.

Al termine porteremo le macerie a chi le ha prodotte, a chi costruisce muri invece di ascoltare, a chi vuole continuare a distruggere i beni comuni.

per info vai sui siti www.notav.euwww.notav.infowww.notav-valsangone.euwww.notavtorino.orgwww.ambientevalsusa.itwww.lavallecheresiste.info

Pubblicato venerdì 27 gennaio 2012

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