CAMPEGGIO NO TAV
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Dal 21 al 27 luglio si terrà la nona edizione del campeggio no tav, anche quest’anno a Venaus, nei prati del
presidio, in quella che definimmo Libera Repubblica. Una settimana di iniziative contro ogni ipotesi di alta
velocità, a dimostrazione che nulla è cambiato rispetto a quando il movimento si oppose all’apertura dei cantieri nel 2005.
Una settimana di iniziative, tra assemblee, concerti e visite in valle per vivere, conoscere ed apprezzare la Valle che resiste. Martedì sera si terrà l’assemblea popolare, giovedì dal mattino percorreremo i sentieri
partigiani sopra Condove, sabato la giornata sarà per buona parte impegnata da numerose iniziative organizzate dalle donne e nel tardo pomeriggio metteremo a confronto la lotta no tav con la lotta vicentina del No dal Molin e quella campana contro le discariche, per rafforzare il filo che ci lega nelle resistenza dei territori. Il campeggio è gratuito così come i concerti che si chiuderanno sabato sera con la presentazione del nuovo cd degli Assalti Frontali. Saranno inoltre presenti banchetti, mostre, bar e la cucina popolare.
Il campeggio si chiuderà con la Fiaccolata indetta dall’assemblea popolare di Bussoleno del 4 luglio alle ore 21 a Sant’Antonino per dimostrare, visto che il giorno dopo ci sarà la riunione a Roma del tavolo Politico tra Berlusconi, ministri e sindaci, che il vento della Valle di Susa non è cambiato e non sereve un meterologo per capirlo.
di seguito il programma definitivo
ascolta la presentazione del campeggio di Lele Rizzo![]()
lunedi’ 21 luglio
apertura campeggio
martedì 22 luglio
Assemblea popolare
mercoledì 23 luglio
h.20 cena
h.21presentazione e proiezione del film doumentario
Il cartund’le ribelliun / Il carretto delle ribellioni
di AdonellaMarena
durante la serata: presentazione gioco no tav
Giovedì 24 luglio
dal mattino GIORNATA RESISTENTE, VISITA AI SENTIERI PARTIGIANI
h.20 cena
h.22 concerto live TETES DE BOIS (Altro/Folk rock)
“Avanti Pop – I diari del camioncino” concerto/presentazione libro+dvd
+Polveriera Nobel (Folk)
Venerdì 25 luglio
h18 Assemblea nazionale delle realtà antagoniste
h.20 cena
h.22 concerto live EL TRES (Acustico/Rock/Folk rock)
+ Egin (Combat/Folk)
Sabato 26 luglio
giornata di controinformazione delle donne
Lavoro domestico e lavoro fuori casa: il ruolo della donna
tra schiavitù e percorsi di liberazione
(dibattiti-banchetti-mostre-festa)
h.18 dibattito/confronto NO TAV-NO DAL MOLIN-NO DISCARICA da Chiaiano
interverranno tra gli altri
Francesco Pavin-Presidiopermanente No dal Molin
Antonio Musella - Rete Campana Salute e Ambiente
h.20 cena
h.22.30 concerto live C.u.b.a. Cabbal & Dj Dsastro (Hip-Hopda Pescara)
ASSALTI FRONTALI (Hip-Hop da Roma)presentano il nuovo Cd “Un’intesa Perfetta”
Domenica 27 luglio
premiazioni DIAMO UN CALCIO AL TAV
h. 21 concerto live
Luned’ 28 luglio
FIACCOLATA DI VALLE h. 21 Sant’Antonino
UNA TREGUA PER POCHI SPICCIOLI E QUALCHE PROMESSA
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UNA TREGUA PER POCHI SPICCIOLI E QUALCHE PROMESSA
Contributo per la difesa e la riqualificazione dell’universita’ pubblica.
Secondo notizie di stampa il ministro Gelmini avrebbe ottenuto dalla Conferenza dei Rettori, dal Consiglio universitario nazionale e dal Consiglio nazionale degli studenti una tregua negli atenei con la promessa di avviare un “tavolo permanente di consultazione”, mentre il governo sta procedendo per decreto legge a stravolgere l’assetto degli atenei italiani,
con norme che saranno immediatamente operative prima ancora che il confronto annunciato possa prendere avvio. Il decreto legge n. 112 del 25 giugno scorso prevede all’art. 16 la possibilita’ di trasformare le Universita’ in fondazioni di diritto privato, in nome della flessibilita’ e della competizione, con una sospensione delle regole di contabilita’ dello
Stato, anche se rimane il controllo da parte della Corte dei Conti, senza precisare pero’ lo stato giuridico del personale gia’ alle dipendenze delle universita’ e le modalita’ del futuro reclutamento.
Piuttosto che promuovere una riforma e maggiori controlli dei meccanismi di spesa degli atenei (a partire dai policlinici universitari) con la moralizzazione delle procedure di reclutamento e della progressione di carriera, le compatibilita’ derivanti dalla manovra economica complessiva del governo Berlusconi stanno costituendo l’occasione, si potrebbe dire il pretesto, per portare a compimento il processo di privatizzazione delle universita’ statali. Un processo che, avviato dal ministro Ruberti alla fine degli anni 80, ha segnato tappe successive con il contributo dei diversi governi che si sono succeduti nel tempo, sempre sotto la pressione dei gruppi accademici piu’ forti e della Confindustria che hanno
condizionato, nei tempi e nei contenuti, gli interventi legislativi e le misure regolamentari affidate alla discrezionalita’ del ministro di turno.
Un processo che alcune componenti studentesche e le organizzazioni dei docenti, a partire dal movimento della Pantera nel 1989, avevano gia’ denunciato per i suoi effetti devastanti, consistenti nello svuotamento delle prerogative decisionali degli organi di governo, malgrado l’adozione dei nuovi statuti, nella svalutazione dei titoli di studio e nella
proliferazione dei corsi di laurea, generalmente allo scopo di creare nuovi posti di professore e garantire cosi’ la riproduzione della casta accademica e delle sue logiche di cooptazione e di selezione “familiare”.
Il decreto legge n.112 del 25 giugno 2008 pone adesso le premesse, pur tra
numerose contraddizioni ed omissioni, per portare a compimento il disegno
di privatizzazione degli atenei, in realta’ per distruggere l’universita’ pubblica favorendo le realta’ accademiche piu’ forti, cancellare lo stato
giuridico unitario gia’ acquisito dei dipendenti universitari, tutti, ed inserire forti criteri di gerarchizzazione tra gli atenei e quindi tra i docenti, una parte dei quali condannata a vita ad una situazione di precariato. Tra le altre misure, il blocco del turn-over del personale si
presenta come la pietra tombale dell’universita’ pubblica. Nessuna attenzione per le esigenze reali degli studenti e delle loro famiglie, dietro le solite formule di rito che richiamano l’autonomia universitaria, e nessuna risposta per le attese dei 40. 000 docenti precari che garantiscono oggi il funzionamento delle universita’. Anzi la prospettiva di un ulteriore privatizzazione delle universita’-fondazioni allontana le possibilita’ di un inquadramento in ruolo e prospetta il precariato a vita e la trasformazione dei rapporti contrattuali a tempo indeterminato in contratti a termine. Il livello della ricerca universitaria italiana, ancora apprezzato a livello internazionale, risultera’ drasticamente ridotto. La cd. fuga dei cervelli continuera’ inarrestabile. E non riguardera’ solo i piu’ giovani.
Il perno centrale della svolta che si vuole imporre agli atenei per decreto legge consiste nella trasformazione delle universita’ in fondazioni, soggetti di diritto privato, con una estesa deregolamentazione dei rapporti di lavoro, per i quali si prevedono soltanto vincoli al turn-over e tagli salariali. Come se questa impostazione “tatcheriana” garantisse una
maggiore “produttivita’” degli atenei, nella competizione nazionale ed internazionale, e nuove occasioni di inserimento (naturalmente precario) per i giovani ricercatori, oltre che un piu’ stretto collegamento tra universita’ e mondo del lavoro. Il decreto prospetta anche come novita’ una fiscalita’ di vantaggio per quei privati che volessero versare contributi a
queste nuove fondazioni e apre la strada a probabili incentivi finanziari statali per quegli atenei che “optassero” per questa forma di privatizzazione. Di fronte alla drammatica carenza di finanziamenti pubblici molti atenei potrebbero essere “costretti” a trasformarsi in
universita’-fondazioni.
Di fronte a questo progetto organico di demolizione dell’universita’ pubblica, gia’ annunciato da anni, appare veramente sorprendente che la Conferenza dei rettori, il CUN e il Consiglio nazionale degli studenti, che avevano espresso forti perplessita’ nel merito del disegno complessivo, avvertendo il rischio di una chiusura a breve di molti atenei, trovino improvvisamente le ragioni della tregua nell’apertura di un “tavolo di consultazione”. Nel caso del CUN addirittura si giunge a promettere, dopo avere rilevato le “criticita’” delle proposte governative, il sostegno per l’”azione e l’intervento del ministro”. Allo stato dei fatti pero’, da parte del ministro, solo vaghe promesse e nessuna certezza che Tremonti
garantisca agli atenei con difficolta’ gestionali la corresponsione dei fondi di finanziamento ordinario (FFO) garantiti in passato. E’ a rischio dunque la stessa possibilita’ di un regolare svolgimento delle attivita’ didattiche e di ricerca, a partire dal prossimo anno accademico.
Allo stupore potrebbe subentrare la indignazione, e forse una diversa capacita’ di risposta, anche sul terreno delle iniziative politiche o delle azioni giudiziarie, se solo si considerasse la totale assenza di chiarezza nella definizione delle diverse fasi con le quali, a partire dal taglio del FFO, con il nuovo decreto legge si vorrebbe incentivare il passaggio dall’universita’ pubblica all’universita’ fondazione, soggetto di diritto privato, fasi che pongono gravi dubbi sia dal punto di vista giuridico che da quello economico e gestionale.
Il nostro ordinamento conosce gia’ le fondazioni come strumento per esternalizzare compiti istituzionali delle universita’, in base all’art. 59 co. 3, 1 della legge n. 388 del 2000. L’art. 1 del DPR 254 del 2001 che individua la Fondazione come strumento di riorganizzazione del sistema universitario e di parziale “privatizzazione” dell’istruzione pubblica, definisce in dettaglio le attivita’ e i servizi che possono essere esternalizzati attraverso la costituzione di fondazioni: dall’acquisto di beni e servizi, agli uffici tecnici, centri di calcolo, centri informatici e altri servizi, compresa una parte dell’attivita’ formativa (master) e i servizi per il diritto allo studio fin qui gestiti dalle Regioni. Come rileva Ferdinando Di Orio, Presidente del Coordinamento nazionale sulle Fondazioni, l’impostazione del progetto Tremonti-Gelmini e’ molto diversa da quella rappresentata dalle Fondazioni attualmente operanti “a fianco” del sistema universitario nazionale. La proposta del governo coincide di fatto con una privatizzazione definitiva degli Atenei, con la loro
trasformazione in fondazioni di diritto privato, mentre le Fondazioni Universitarie previste dal DPR 254 del 2001, rappresentano invece enti strumentali degli Atenei, che potrebbero assolvere “la funzione di intessere relazioni significative con il territorio, attrarre risorse,
raccogliere istanze, produrre idee e suggerimenti per la costruzione di progetti innovativi”. Non senza rischi evidenti, anche in questo caso, che i processi di privatizzazione siano orientati ad un mero contenimento della spesa pubblica piuttosto che ad una sua effettiva riqualificazione.
Adesso, dunque, con il decreto legge n.112 del 2008 si vorrebbe operare il passaggio dalla fondazione come strumento di servizio delle universita’ alla trasformazione delle stesse universita’ in fondazioni. Secondo il decreto legge proposto dal governo Berlusconi “Le fondazioni universitarie subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi e nella titolarita’ del
patrimonio dell’Universita’. Al fondo di dotazione delle fondazioni universitarie e’ trasferita, con decreto dell’Agenzia del demanio, la proprieta’ dei beni immobili gia’ in uso alle Universita’ trasformate”.
L’ art. 16 del decreto legge risulta in violazione con l’art. 33 della Costituzione italiana che sancisce l’autonomia universitaria e con l’intero Titolo V della stessa Costituzione, che attribuisce allo Stato la competenza in materia di istruzione universitaria e impone quindi uno stato giuridico unico e pubblico del personale delle universita’ statali. L’autonomia universitaria, richiamata in apertura del decreto legge, non puo’ diventare un pretesto per aggirare le leggi dello stato e persino il dettato costituzionale.
Come osserva Alessandro Somma, “quantomeno curiosa e’ la pretesa di attuare la Costituzione - violata tra l’altro in quanto la materia non presenta i requisiti di necessita’ ed urgenza richiesti per ricorrere al decreto legge (art. 77) - che nella parte richiamata (art. 33) nulla dice di utile a fondare la trasformazione degli atenei pubblici in fondazioni di diritto
privato. Secondo Somma “la Costituzione afferma cose incompatibili con un simile proposito: enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato (art. 33 c. 3). E qui siamo di fronte, piu’ che alla costituzione di un istituto di educazione privato, alla trasformazione di un ente pubblico in ente privato, con notevoli oneri per lo stato (v. commi 2 e 3). Il tutto secondo una logica che sembra oramai tipica della privatizzazione all’italiana: in verita’ una svendita o un regalo dei gioielli di famiglia. Molti dubbi suscita la possibilita’ che a decidere la privatizzazione sia il Senato accademico,
che ricorre a tal fine ad una maggioranza non particolarmente qualificata (solo la maggioranza assoluta dei suoi membri). Il fatto poi che il Mef abbia voce in capitolo, conferma il carattere di misura volta al contenimento della spesa come reale motivo ispiratore della riforma”. (nota 1).
Il punto non consiste certo nella qualificazione astratta delle fondazioni universitarie. Il decreto legge non fornisce al riguardo una disciplina esaustiva delle nuove “fondazioni universitarie” che si vorrebbero introdurre, non piu’ come strumento di servizio delle universita’, ma come espediente per una trasformazione della natura dell’istituzione
universitaria, nel senso di una definitiva privatizzazione dell’intero sistema dell’istruzione superiore. Ma la stessa privatizzazione appare piu’ un pretesto per attaccare lo stato giuridico unico dei lavoratori e per contenere le risorse destinate all’universita’ che una seria prospettiva di riforma effettivamente perseguita dal legislatore, ed anche la ventilata
privatizzazione sembra arrestarsi a meta’, come e’ confermato dalla soggezione delle nuove universita’/fondazioni al controllo da parte della Corte dei Conti, in base all’art. 16 comma 11 del decreto legge.
Il Consiglio di Stato, peraltro, con una importante sentenza, ha rilevato che “devono considerarsi enti pubblici anche le societa’ che svolgono attivita’ di rilievo oggettivamente pubblicistico e che proprio per questo sono tenute ad operare come pubbliche amministrazioni” (Consiglio di Stato, Sez. VI, 17/10/2005 n. 5830), e dunque anche la trasformazione delle Universita’ in Fondazioni di diritto privato potrebbe non essere risolutiva per cancellare gli istituti di garanzia dei contratti di lavoro dei dipendenti pubblici che prestano servizio nelle universita’. E lo stesso rilievo “oggettivamente pubblicistico” delle attivita’ delle fondazioni universitarie potrebbe impedire alle universita’/fondazioni l’adozione di scelte basate esclusivamente sul criterio della riduzione delle spese. La
riforma annunciata, rimessa peraltro ad una iniziativa, piu’ apparente che sostanziale, delle singole sedi e ad un forte e persistente potere di indirizzo del Ministero della pubblica istruzione, anche attraverso la leva dei finanziamenti, appare contenere contraddizioni ed omissioni che rischiano di paralizzare ulteriormente le attivita’ universitarie.
In presenza di una trasformazione degli atenei in fondazioni che potra’ procedere “a macchia di leopardo”, sulla base dei deliberati a maggioranza assoluta da parte dei Senati accademici, si rischia una grave differenziazione degli atenei con crescenti squilibri tra nord e centro-sud del paese, a seconda dei rapporti con il sistema delle imprese e delle capacita’ contributive degli enti locali.
Come si pensa di garantire la parita’ di trattamento in base all’art. 3 della Costituzione a quei dipendenti, docenti e personale tecnico ed amministrativo, che potrebbero essere discriminati nella retribuzione e nelle prospettive professionali, solo per il fatto di prestare servizio presso una universita’ pubblica o una fondazione di diritto privato? Che fine faranno i contratti collettivi di lavoro? Di certo si pongono le premesse per scatenare una conflittualita’ diffusa a livello di senati accademici, con conseguenze che potrebbero essere devastanti per le condizioni gia’ critiche di molte sedi universitarie. Sarebbe possibile
adire i giudici ordinari per invocare la nullita’ degli atti costitutivi delle fondazioni, o impugnare atti deliberativi di natura contrattuale, in base all’art. 1418 del codice civile, come si potrebbe chiamare in causa la Corte di Giustizia dell’Unione Europea con una questione pregiudiziale, per contrastare disposizioni regolamentari o negoziali che violino la parita’
di trattamento tra i lavoratori dell’universita’, stabilendo ad esempio una disparita’ di retribuzione, se dipendenti dal medesimo datore di lavoro, a parita’ di qualifica e di lavoro prestato. Per non parlare della possibilita’ di fare valere, anche da parte dei lavoratori precari, idiritti quesiti davanti al giudice del lavoro.
Secondo il comma sesto dell’art. 16 del decreto, “contestualmente alla delibera di trasformazione vengono adottati lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilita’ delle fondazioni universitarie, i quali devono essere approvati con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. Lo statuto puo’ prevedere l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati”. Quale autonomia universitaria potra’ essere garantita da universita’ trasformate in fondazioni che dipendono da contribuzioni pubbliche e private, secondo criteri di valutazione dei risultati della didattica e della ricerca che non potranno certo prescindere dagli interessi privati dei finanziatori esterni?
Come si garantiranno la democraticita’ e le prerogative decisionali degli organi di governo dell’universita’/fondazione con le esigenze dei soggetti finanziatori, pubblici o privati, anche dal punto di vista del controllo della ricerca e del reclutamento? Come si attuera’ il passaggio delle competenze dai Senati accademici ai consigli di amministrazione delle nuove
universita’-fondazioni? Che tipo di regime giuridico e gestionale sara’ stabilito per i policlinici universitari?Quali garanzie si potranno offrire ai diritti quesiti dei lavoratori dell’universita’ ed al diritto al riconoscimento pieno delle professionalita’ maturate al personale docente e tecnico amministrativo?
Si osserva da tempo come anche le fondazioni universitarie cd. “strumentali” presentino gravi rischi per i lavoratori del comparto universitario per il ricorso sempre piu’ massiccio al cd. “outsourcing” (cioe’ al reperimento di professionalita’ fuori dalle Universita’ attraverso consulenze, prestazioni professionali o di uso e abuso del lavoro degli studenti collaboratori, laureandi, volontari). Con la trasformazione delle universita’ in fondazioni la situazione potrebbe diventare ancora piu’ confusa, soprattutto nell’area dei servizi socio-sanitari, a danno dei diritti degli utenti (oltre che degli studenti) e della sicurezza lavorativa del personale in servizio e con un massiccio taglio degli organici tecnico-amministrativi degli atenei e dei policlinici universitari.
Quale parita’ di trattamento potra’ essere garantita alle Universita’ delle diverse regioni italiane, ed agli studenti, in particolare quelli “meritevoli e capaci” che avranno la ventura di nascere in regioni diverse?
Cosa accadrebbe se il Ministero della pubblica istruzione stabilisse contributi finanziari piu’ consistenti solo per quegli atenei che hanno accettato la trasformazione in fondazione o che sono stati in grado, piu’ di altri, di raccogliere finanziamenti privati?
L’unica prospettiva certa, ed immediata, e’ un aumento indiscriminato delle tasse universitarie, una forte differenziazione dei percorsi formativi e dei titoli di studio rilasciati dalle universita’ ed una riduzione degli investimenti statali e regionali per il diritto allo studio.
Secondo l’art. 16 comma 7 del decreto legge, “le fondazioni universitarie adottano un regolamento di Ateneo per l’amministrazione, la finanza e la contabilita’, anche in deroga alle norme dell’ordinamento contabile dello Stato e degli enti pubblici, fermo restando il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario”. Non mancano su questo punto le perplessita’ per la genericita’ ed il contenuto complessivo delle previsioni del decreto legge che si risolve in sostanza in un atto di indirizzo politico, rinviando al successivo regolamento di Ateneo e dunque ai Senati accademici, la definizione delle modalita’ di trasformazione
delle Universita’ in Fondazioni. Con il rischio, anzi con la certezza che ciascuna sede possa adottare un diverso Regolamento di Ateneo.
Le perplessita’ aumentano se si considera la trasformazione delle universita’ in fondazioni di diritto privato sul piano delle relazioni internazionali e del diritto comunitario. Persino il CUN ribadisce infatti come “la ricerca e l’alta formazione costituiscono - come stabilisce la
Dichiarazione di Berlino - finalita’ di interesse pubblico e una pubblica responsabilita’”. Finalita’ di interesse pubblico che sono ribadite nella prospettiva della creazione di uno “Spazio europeo comune dell’istruzione superiore” nel 2010, e che al contrario non sembrano affatto garantite dal decreto legge che il Parlamento si appresta ad approvare in pochi giorni. Come ricorda Pasquale Nappi, va richiamata la definizione comunitaria di
“organismo di diritto pubblico”. Si osserva a tale riguardo come “mentre lo Stato italiano privatizzava, al fine di garantire la concorrenza nel mercato dei lavori pubblici e delle pubbliche forniture, la Comunita’ europea pubblicizzava, imponendo agli Stati membri la figura giuridica dell’organismo di diritto pubblico (Direttive 89/440; 36 e 37 del 1993 e
direttiva sui servizi 92/50).” (nota 2).
Nappi ricorda inoltre che a livello comunitario “se la disciplina speciale prevista per una fondazione “privatizzata” contiene anche uno soltanto dei seguenti indici sintomatici: la gestione e’ soggetta a controllo da parte dello Stato, degli enti pubblici territoriali o di altri organismi di diritto pubblico; l’attivita’ e’ finanziata in modo maggioritario da questi
ultimi; gli organi di amministrazione direzione o vigilanti sono costituiti da membri dei quali piu’ della meta’ e’ designata dallo Stato, dagli enti pubblici territoriali o da altri organismi di diritto pubblico, non si tratta di una fondazione di diritto privato, bensi’ di un ente pubblico,
qualunque sia il nomen usato dal legislatore” (Merusi). In un momento nel quale in Europa si sta ristabilendo un rapporto piu’ equilibrato tra pubblico e privato nel campo della ricerca e della formazione universitaria, l’Italia intraprende la strada della liberalizzazione selvaggia che ha dimostrato tutti i suoi limiti in quei paesi, come la Gran Bretagna, nella quale e’ stata sperimentata. Con il risultato che e’ proprio la Gran Bretagna il paese che oggi e’ costretto a ricorrere alla “importazione” di cervelli dall’estero per mantenere alto il livello della ricerca scientifica e garantire una dignitosa offerta didattica. La trasformazione delle universita’ pubbliche in fondazioni e le altre misure contenute nel decreto legge n.112 del 25 giugno 2008 rischiano ancora una volta, come nel caso di altri provvedimenti recentemente
approvati dal governo in materia di sicurezza, di allontanare l’Italia dall’Europa e di mettere a rischio la stessa possibilita’ che il nostro paese possa partecipare alla creazione di uno “spazio comune europeo” per la formazione universitaria e la ricerca.
I processi di riqualificazione, a partire da un rigoroso controllo della gestione amministrativa, della valutazione dei risultati della ricerca e dell’offerta didattica, dalla lotta al precariato ed alla gestione personalistica del reclutamento e delle carriere, si possono realizzare anche mantenendo il carattere pubblico dell’istituzione universitaria e dello stato giuridico dei suoi dipendenti, unica garanzia dell’autonomia dell’Universita’. Le considerazioni che precedono evidenziano il rischio che una riforma di sapore fortemente propagandistico ed ideologico, porti a compimento un processo degenerativo bipartisan che aveva gia’ attaccato da
tempo l’Universita’ pubblica, combinando i fattori negativi che caratterizzano il sistema pubblico ed il sistema privato dell’istruzione superiore. Un decreto legge da convertire in pochi giorni, alla vigilia delle ferie estive, sta compromettendo, forse definitivamente, il futuro dell’Universita’ italiana, e di quanti vi lavorano e vi studiano. No, non si tratta proprio di difendere privilegi corporativi o di battere cassa al ministero, come alcuni rettori continuano a ritenere.
Fulvio Vassallo Paleologo
Universita’ di Palermo
- Nota 1. Per leggere l‘intero intervento di Alessandro Somma “Dalle fondazioni universitarie alle universita’ fondazione: variazioni su un medesimo tema?”, svolto nell’Assemblea Generale dell’Ateneo di Ferrara dell’8 luglio 2008, convocata dal Rettore.
Nota 2. Per leggere l’intero intervento di Pasquale Nappi “La facolta’ di trasformazione in fondazione delle universita’”, svolto nell’Assemblea Generale dell’Ateneo di Ferrara dell’8 luglio 2008, convocata dal Rettore.
23 luglio ‘08- iniziativa a Roma
SINISTRA_SINDACALE Nessun Commento »
Assemblea pubblica convocata dai componenti del Direttivo nazionale CGIL
N. Amura, C. Baldini, V. Bardi, G. Botti, A. Breda, C. Caiazza, C. Carelli, W. Casavecchia, G. Cremaschi, F. Danini, A. Di Tommaso, D. Greco, F. Grondona, R. Guglielmetti, D. Ingrillì, S. Kane, B. Lami, M. Madeo, D. Maffezzoli, S. Mirimao, A. Montagni, N. Nicolosi, F. Re David, G. Rinaldini, R. Rossi, G. Saccoman, L. Servo, L. Spezia, C. Stacchini, P. Tonon, J. Vaccargiu
Qualsiasi obiettivo per “riprogettare il Paese”, passa dalla soggettività e dalla dignità del lavoro.
Le ragioni del lavoro sono state troppe volte trattate come vincolo del Paese e non come risorsa da cui attingere valore ed eticità, oggi fortemente messa in discussione dal Governo, dalla Confindustria e dal sistema delle imprese.
La questione salariale, i temi del mercato del lavoro segnati dalla precarietà, il modello contrattuale, ed il valore del contratto nazionale (CCNL) impongono il rilancio del sindacato generale come modello della rappresentanza e rappresentatività del mondo del lavoro.
Per queste motivazioni convochiamo un libero incontro tra uomini e donne del sindacato rivolto a tutta la CGIL, teso a ricostruire il senso e le ragioni del lavoro. La ricerca di un pensiero che sappia volare oltre i limiti e i confini della globalizzazione che ha inteso la contraddizione capitale-lavoro come risolta e superata.
Roma, 23 luglio 2008 ore 9,30 – 15,00
Centro Congressi Frentani
Sala Auditorium
Via dei Frentani, 4
Presiedono
A. Montagni – W. Casavecchia
Contributi di:
Luciano Gallino, Massimo Roccella, Riccardo Realfonzo, Felice Roberto Pizzuti, Eliana Como, Roberto Romano
Nessun accordo con la popolazione valsusina
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FIACCOLATA a Sant’Antonino il 28 luglio 2008 alle ore 21

Negli ultimi giorni il can can mediatico sulla lunga vicenda Tav ha dispensato, come sempre, tanti paroloni e, soprattutto, tanta confusione. Grande rilievo è stato dato all’“accordo” dell’Osservatorio guidato da Mario Virano. Sindaci e amministratori della Valle sarebbero ormai convinti: il Tav si farà. Evviva! Il progetto – dicono – è stato firmato, resta soltanto qualche divergenza tecnica sulle fasi della realizzazione (esplicitate dagli amministratori nella proposta fare).
Tutto chiaro dunque? Tutto finito? Proprio per niente.
Già il giorno dopo la firma, infatti, mentre il governo cantava vittoria per questo “via libera” all’opera, gli stessi sindaci di Valle smentivano di aver firmato un accordo sul Tav, ma tutt’al più una convergenza sul metodo (come al solito, sotto le vuote parole delle scartoffie burocratiche, ognuno continua a vedere e a perseguire i propri interessi).
Ma soprattutto, in tutto questo strombazzare, c’è qualcosa che non torna, qualcosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati: è la gente della Val Susa, la gente che dovrà subire l’opera, e alla quale nessuno (né il governo né gli amministratori locali) ha chiesto il parere. Non sarà forse che si è evitato di consultare i valsusini proprio perché questi il loro parere l’hanno già espresso, e in modo inequivocabile, bloccando i cantieri qualche anno fa?
Cosa è cambiato nel frattempo? Ci è sfuggito qualcosa che avrebbe dovuto farci cambiare idea e convincerci della bontà di quest’opera? Non ci risulta. Insomma per noi come per le migliaia di valsusini che nell’inverno 2005 hanno scelto di “mettersi in mezzo” per difendere il proprio territorio e il proprio futuro non è cambiato niente. Avete fatto i conti senza l’oste!
Come Comitati No Tav ci siamo fin da subito dichiarati contrari alla partecipazione ai lavori dell’Osservatorio, considerandolo un “cavallo di Troia” per ottenere l’assenso degli amministratori. Oggi questo è sotto gli occhi di tutti, ma addirittura gli amministratori – firmando un accordo in cui, a ben guardare, si dà per scontato il bisogno della nuova linea, tunnel di base di oltre 50 km compreso – si dimenticano le poche sensate conclusioni che l’Osservatorio aveva raggiunto, e cioè che la linea storica non è affatto satura, ed è più che sufficiente anche per sopportare eventuali trend economici in salita, peraltro del tutto ipotetici (oltre che indesiderabili per chi avrebbe la sfortuna di vivere nel loro “corridoio”).
Stupisce sentire amministratori dell’Alta Valle sostenere che il nuovo progetto sarà utile al turismo e toglierà il traffico di tir dall’autostrada. Parrebbe che questi personaggi non abbiano nemmeno letto i Quaderni dell’Osservatorio, che indicano chiaramente come anche con una nuova linea ferroviaria il traffico autostradale non diminuirebbe che di una percentuale insignificante. In compenso, ciò che è assicurato, sono i decenni di cantieri, le migliaia di camion avanti e indietro per la Valle, le tonnellate di materiale di scavo, le polveri delle gallerie estratte dall’Ambin (nessuno sembra più ricordarsi la provata presenza di uranio), ecc. Sarebbero questi gli stimoli allo “sviluppo turistico” della Valle per i prossimi anni?
E come si fa a credere alla favola di un treno concepito per il trasporto merci ad alta velocità su lunghe distanze che si fermerà per far scendere gli sciatori in Valle? E dove poi? A Susa?! Ma non fateci ridere…! Se fosse per questo non basterebbe migliorare un po’ il servizio della ferrovia esistente? Di fronte a tali stupidaggini, non si capisce più se l’atteggiamento di alcuni amministratori sia soltanto ingenuo o se la frequentazione di certi tavoli li abbia infine convinti ad aderire a tutt’altri interessi che non a quelli della popolazione valsusina.
Nello specifico di Chiomonte, occorre sapere che nell’ultima ipotesi di Ltf il tunnel di base verrebbe spostato, ma nella zona della Maddalena / Val Clarea rimarrebbe una discenderia. Benché di dimensioni ridotte, quest’altro tunnel non può che sollevare preoccupazioni simili: i problemi correlati alla cantieristica, le polveri, i rischi idrogeologici e l’intercettazione delle falde acquifere, solo per citarne qualcuno.
Di fronte a questi disastri annunciati, qualcuno incomincia già a parlare di “compensazioni”, dimenticando che tutti quanti abbiamo già sentito questi slogan in occasione della costruzione dell’autostrada e abbiamo visto di cosa si tratta (così come per i “posti di lavoro”, lo “sviluppo” ecc.). Ma c’è di più… leggendo l’accordo finale dell’Osservatorio, si va addirittura oltre il concetto di “compensazione”, perché si vuole far passar l’idea che il Tav sarà di per sé stesso un miglioramento dell’ambiente. A Chiomonte, ad esempio, lo svincolo autostradale che dovrebbero costruire per far transitare le migliaia di tir per i prossimi anni, viene presentato come un regalo alla cittadinanza! Siamo davvero all’assurdo, e per di più con la complicità di alcuni amiministratori.
In passato il sindaco di Chiomonte Renzo Pinard (e come lui altri amministratori dell’Alta Valle) ha sempre affermato che si sarebbe pronunciato sull’opera soltanto di fronte a un progetto, e dopo aver consultato i suoi cittadini. Oggi scopriamo che invece dà la sua adesione a una “suggestione” (come qualcuno la definisce) proposta da Virano. In chiomontino anche la “Rafanaudo” (l’uomo nero che spaventa il sonno dei bambini) è una suggestione, ma nel bene e nel male bambini non siamo più, e abbiamo imparato a riconoscere chi ci sta prendendo in giro.
Chi pensa di poter venire in Valsusa a fare i propri comodi ignorando il parere della popolazione, rimarrà nuovamente deluso. Il dissenso al Tav è sempre presente e determinato, oggi come allora, anche se per ovvie ragioni meno rumoroso e visibile. E il movimento No Tav, come ha impedito i cantieri nel 2005 a Venaus, lo rifarà in qualunque luogo di questa Valle sarà necessario.
Per ribadire questi concetti partecipiamo alla FIACCOLATA che si terrà a Sant’Antonino il 28 luglio 2008 alle ore 21
Il Punto informativo No Tav – No Tir di Chiomonte
Chiomonte – 8 luglio 2008
TFR nei Fondi Pensione : FLOP di adesioni, FLOP di rendimenti
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Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto ai Cittadini
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Lettera aperta alle Organizzazioni Sindacali
TFR nei Fondi Pensione : FLOP di adesioni, FLOP di rendimenti
E’ appena passato un anno dalla “campagna” per la generalizzazione dei Fondi Pensione. Vi invitiamo a ricordare quel clima di unanime ottimismo per le “sorti magnifiche e progressive” dei Fondi Pensione: Partiti e Sindacati, economisti bocconiani e giuslavoristi con trascorsi (molto trascorsi) di vicinanza ai sindacati dei lavoratori, televisioni pubbliche e private, giornali e ogni altro media, tutti concordemente impegnati a convincere i lavoratori a scegliere, per il proprio bene, di barattare il proprio TFR con l’iscrizione a un Fondo Pensione.
Ora si conoscono i risultati di quel plebiscito*: più del 71% dei lavoratori interessati ha esplicitamente rifiutato il baratto; nemmeno la norma, a dir poco scorretta, del silenzio-assenso (un vero monstrum nel nostro ordinamento, trattandosi di atto di disposizione patrimoniale!) ha permesso di raggiungere il 29% di adesioni, ci si è dovuti accontentare di qualche decimale di meno.
Come spiegare questo, a dir poco tiepido, trasporto dei lavoratori italiani nei confronti di uno strumento previdenziale, “provvidenziale” per i suoi laudatori?
Un rigurgito di massa di passioni rivoluzionarie e di fascinazione veterobolscevica (parebbe di no, visti i risultati elettorali)?
L’ennesima espressione dell’arcaismo della società italiana che, prigioniera di miti agro-pastorali, rifiuta gli strumenti della modernità?
Forse un aiuto a trovare una risposta lo fornisce il rapporto della Covip** : nel 2007 la resa dei Fondi Pensione è stata nettamente inferiore a quella del TFR:
TFR 3,1%, Fondi 2,1%, Fondi aperti -0,4%
I dati degli anni precedenti confermano che si tratta di un fatto strutturale:
1.1.2000-31.12.2002 - TFR 10,6% Fondi Pensione -0,5% ;
1.1.2003-31-12-2005 - TFR 9,6% Fondi Pensione 17,8%.***
Rendimento complessivo nei 6 anni: TFR 21,22% Fondi pensione 17,28%
La lettura dei giornali economici e la più prosaica spesa quotidiana suggeriscono che il 2008 non sarà particolarmente brillante per il mercato finanziario e, di conseguenza, per i Fondi Pensione le previsioni per gli anni a seguire sarebbe preferibile ispirarle a maggiore prudenza.
Come è possibile che la grande maggioranza dei lavoratori italiani abbia fatto la scelta giusta, per sé e per la propria famiglia, disattendendo i consigli della totalità del mondo accademico, dei partiti, ai quali danno il voto, e dei sindacati a cui appartengono (e noi diciamo: cui fanno bene ad appartenere)?
Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto ai Cittadini















