Ancora un bambino vittima della caccia al Rom a Milano
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Enea Emil è l’ennesimo bambino rom morto nel rogo provocato dalla stufa che doveva riscaldarlo. Viveva in un rifugio di fortuna dopo essere stato sgomberato con la sua famiglia dal campo di via Triboniano dove, se non altro, avrebbe avuto quel minimo che garantisce la sopravivenza di un essere umano e una piccola speranza per il proprio futuro.
Penso che la perdita della vita e del futuro di un bambino, stroncati in questo modo a Milano, la città dell’ EXPO, benestante e “accogliente”, significa una grande sconfitta della nostra società.
Come donna e madre, cittadina di questo paese e di questa città invito tutti coloro che hanno ancora un po’ di umanità nei loro cuori di non rimanere muti davanti alla politica feroce degli sgomberi e della “caccia al rom” che quotidianamente lascia centinaia di bambini al freddo e senza riparo, una politica che ritengo direttamente responsabile della morte di Emil. Questo mio appello è motivato dall’amore nei confronti del mio popolo, ma anche dall’amore per questo paese che sento mio e nel quale vorrei che a ciascuno, a cominciare dagli ultimi, venisse riconosciuta la dignità di essere umano.
Milano, 13 marzo 2010
Dijana Pavlovic
Vicepresidente Federazione Rom e Sinti insieme
Gli eritrei e i somali respinti in Italia- MANDATI A MORIRE
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Gli eritrei e i somali respinti in Italia, sono da diversi mesi nelle carceri libiche e rischiano di essere rimpatriati nel loro paese dove li attende la corte marziale e i lavori forzati.
Dieci febbraio 2010. Gaeta. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni stringe la mano all’ambasciatore libico in Italia Hafed Gaddur. L’Italia ha mantenuto l’impegno sottoscritto dal governo Prodi nel 2007. E oggi consegna alla Libia altre tre motovedette per i pattugliamenti anti emigrazione al largo di Tripoli, dopo le tre consegnate nel maggio 2009. La ricetta dei respingimenti, voluta dal governo Prodi e messa in atto dal governo Berlusconi, ha dato i frutti sperati. Gli sbarchi in Sicilia si sono azzerati negli ultimi mesi. Nel 2009 sono arrivate via mare poco più di 9mila persone a fronte di oltre 36mila giunte l’anno precedente. Dall’inizio dei respingimenti, nel mese di maggio, il numero degli arrivi è calato addirittura del novanta percento. “Abbiamo fermato l’invasione”, recitano tronfi d’orgoglio i manifesti elettorali della Lega. Nessuno però ha ancora detto agli italiani che fine hanno fatto i respinti.
A dieci mesi di distanza dai primi refoulement, abbiamo ricostruito il loro destino, grazie a una rodata rete di informatori in Libia. Molti dei respinti sono stati rimpatriati nei loro paesi. Ma non i rifugiati politici, somali e eritrei, che sono ancora in carcere. I primi si trovano in due campi, a Tripoli e a Gatrun, mille chilometri più a sud, in pieno deserto. Gli eritrei invece sono divisi tra Misratah, Zlitan, Garaboulli e, le donne, Zawiyah. E mentre in Italia si brinda al giro di vite sugli sbarchi, i rifugiati in Libia rischiano l’espulsione. Rischiano sì, perché a differenza dei contadini del Burkina Faso o dei ragazzi delle periferie di Casablanca, per un eritreo o per un somalo il rimpatrio significa arresti e persecuzioni. E in alcuni casi, la vita. La Somalia è in guerra civile dal 1991. E il regime eritreo dal 2001 stringe in una morsa sempre più serrata l’opposizione e l’esercito. La repressione è tale, che recentemente i servizi segreti eritrei sono arrivati addirittura in Libia alla ricerca degli oppositori.
È successo nel gennaio 2010. L’idea iniziale era di organizzare un’espulsione di massa, come fece l’Egitto nel 2008 quando rimpatriò in un mese ottocento eritrei, in gran parte disertori. Così, tra gennaio e febbraio, centinaia di eritrei detenuti in Libia sono stati schedati. Alle iniziali proteste di chi rifiutava di fornire le proprie generalità all’ambasciata, la polizia libica ha risposto con la violenza. Nel campo di Surman gli scontri sono stati particolarmente cruenti. Ma alla fine la diaspora eritrea è riuscita a esercitare una certa pressione sulle organizzazioni internazionali e sulla stampa. E il progetto di rimpatrio si è ridimensionato, assumendo però un carattere ancora più preoccupante.
Secondo Radio Erena, una radio indipendente dell’opposizione eritrea basata a Parigi, tra le centinaia di eritrei detenuti in Libia, il regime ne avrebbe selezionati dodici e li avrebbe espulsi. I fatti risalirebbero al 2 febbraio 2010. Il criterio con cui i dodici sarebbero stati scelti è il ruolo politico che avevano in patria prima della fuga. Tutti infatti erano assunti presso diversi uffici ministeriali e due di loro erano membri dell’aviazione militare eritrea. Radio Erena ha diffuso una lista dei nomi:Nove dei dodici espulsi, sarebbero ancora detenuti in modo arbitrario nel carcere eritreo di Embatkala. Si tratta di: Zigta Tewelde, Asmelash Kidane, Zeraburuk Tsehaye, Zewde Teferi, Yohannes Tekle , Ghebrekidan Tesema, Tilinte Estifanos Halefom, Nebyat Tesfay e Tilinte Tesfagabre Mengstu. Inoltre, Habte Semere e Yonas Ghebremichael, che prima di fuggire dall’Eritrea lavoravano nell’ufficio del presidente Afewerki, sarebbero in queste ore detenuti nella prigione di Ghedem, vicino Massawa.
In Eritrea li attendono anni di carcere duro e torture. Ma per gli eritrei rimasti in Libia la situazione non è migliore. Nel centro di detenzione di Garabulli sono in centosettanta, rinchiusi insieme a ventiquattro somali, in celle grandi quanto un monolocale, trenta metri quadrati, dove vengono stipate fino a quaranta o cinquanta persone buttate a dormire per terra. Qui gli eritrei sono arrivati il 16 settembre, dal carcere di Bengasi, dove nel mese di agosto una rivolta dei detenuti era stata sedata nel sangue dalla polizia libica, con l’uccisione di almeno sei prigionieri somali.
Anche qui il 28 dicembre 2009 sono arrivati i formulari dell’ambasciata eritrea per l’identificazione e il rimpatrio. Ma nessuno li ha voluti firmare per paura di essere perseguitato in patria. Sono quasi tutti disertori dell’esercito e in Eritrea rischiano la corte marziale e i campi di lavoro forzato. A fargli cambiare idea sono state le torture della polizia libica.
L’11 gennaio li hanno fatti uscire uno a uno, nel corridoio del carcere, riempiendoli di manganellate. Un uomo è stato ammanettato e appeso al muro per i polsi, perché fosse da esempio agli altri. Alla fine hanno riempito i formulari in centoventi, altri cinquanta hanno continuato a rifiutare nonostante i pestaggi. Oggi hanno tutti la stessa paura. Chi ha firmato teme di essere rimpatriato.
Chi non lo ha fatto ha paura di essere trasferito in un’altra prigione e di passare anni nelle galere libiche. Gli anni migliori della vita. Magari con una famiglia qui in Italia che li aspetta e che da mesi non ha più loro notizie. Ma non si preoccupino gli italiani. Maroni l’ha detto e ripetuto: “La Libia fa parte dell’Onu e in Libia è presente l’Alto commissariato per i rifugiati della nazione Unite”.
08/03/2010
Gabriele Del Grande
Turchia: innalza cartello pro-Pkk; sette anni ad analfabeta
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Una donna turca di 49 anni, madre di sei figli, è stata condannata da un tribunale della città di Diyarbakir, nel sud-est del Paese a maggioranza kurda, a sette anni di carcere per aver innalzato un cartello con una scritta a favore del separatista Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), fuorilegge in Turchia.
Lo riferisce il quotidiano filogovernativo Sabah, il quale sottolinea che, per ironia della sorte, la donna – Vesile Tadik – non sapeva nemmeno quello che c’era scritto sul cartello in quanto è analfabeta.
I fatti per cui la donna è stata condannata risalgono a tre mesi fa quando partecipò ad una manifestazione non autorizzata nella città di Siirt contro la chiusura del Partito per la società democratica (Dtp), il principale partito filo-kurdo del Paese disciolto l’11 dicembre per decisione della Corte costituzionale perché accusato di connivenza con il Pkk.
L’imputata si è difesa affermando che “nel corso della manifestazione ho camminato insieme alle altre donne. Mi hanno dato quel cartello ed io l’ho portato come facevano anche quelle insieme a me. Ma io non so leggere né scrivere e non so che cosa c’era scritto”. Ma l’ammissione di analfabetismo non è servita a nulla ed il giudice l’ha condannata a sette anni di carcere per “propaganda di organizzazione terroristica”.
Ticino News, 10 marzo 2010
Sciopero generale 12 marzo 2010
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Erri De Luca: la valle di Susa fermerà la Tav.
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«L’epoca dei feudatari è finita, i sudditi non esistono più: qui ci sono cittadini». Parola di Erri De Luca, scrittore e alpinista, il 7 marzo ospite del Valsusa Filmfest e, nel pomeriggio, in visita al “presidio” No-Tav di Sant’Antonino, nel cuore della valle di Susa che si oppone da anni con grande tenacia al progetto di alta velocità ferroviaria fra Torino e Lione. «Questo è il motivo che mi fa dire che, qui, non passeranno. Non ce la faranno, a passare». De Luca ne è sicuro. La resistenza civile della valle di Susa alla fine la spunterà contro tutti: poteri forti, economia, politica e grandi media che monopolizzano l’informazione.
«Qui c’è una popolazione che non vuol essere invasa da queste opere gigantesche e inutili». Opere che «non si possono imporre, quando c’è questa volontà popolare». La comunità valsusina dunque resisterà, anche se «la politica è diventata una branca minore dell’economia, un comitato d’affari», e i media «sono anch’essi asserviti, fanno parte anche loro della catena di comando che l’economia ha sottomesso: politica, informazione».
Non tutto è perduto, però: «Esiste la possibilità di fare informazione indipendente, il monopolio dell’informazione non è così minaccioso: può essere sempre scalzato». Proprio l’informazione indipendente, dice De Luca, potrà costringere i grandi media a raccontare meglio la realtà di lotte sociali come quella in corso in valle di Susa. Alla fine, grandi giornali e televisioni «dovranno abbassarsi a informare», se saranno “incalzati” da un esercito di reporter indipendenti, armati di telecamere.
De Luca condanna la violenza delle cariche della polizia che il 17 febbraio hanno causato due feriti a Coldimosso. «Mi spiace molto – sottolinea lo scrittore – che in quest’ultima macelleria sommaria che è stata fatta, con due persone – non ferite: massacrate, deliberatamente – non ci sia stata la possibilità di ricavare qualche piccolo filmato, qualche informazione». Lo scrittore cita il G8 di Genova: «Ci furono torture, ma in Italia non esiste il reato di tortura. I poliziotti colpevoli sono stati condannati per lesioni». Almeno, aggiunge De Luca, se c’è informazione può scattare la denuncia immediata, quindi «una messa sotto accusa di quelle prepotenze».
Da Genova alla valle di Susa: «Quello che deve avere una lotta come questa è una moltiplicazione di fonti di informazione. E di riprese: dai telefonini alle telecamere, niente deve passare liscio, al buio. Il danno maggiore di quel massacro – dice, riferendosi alle violenze di Coldimosso – è che non sono circolate le immagini. Non deve più succedere».
Intervistato da “Libre” per il format televisivo italo-francese “Alp Channel” (programmazione su web e satellite a partire da aprile), Erri De Luca – vicino al movimento No-Tav già dalla rivolta popolare del 2005, che fermò il primo progetto Torino-Lione – insiste sul valore della resistenza democratica delle popolazioni alpine, decise a difendere il proprio territorio dall’invadenza delle grandi opere. «Una popolazione alpina ha un rapporto molto più stretto con il suo territorio, con l’ambiente, con la montagna, con l’acqua, con l’aria, con il suolo sul quale lavora. E dunque ha un diritto maggiore di intervento. E merita più ascolto».
La montagna, dice l’autore de “Il peso della farfalla” (capolavoro poetico, storia di un camoscio e di un cacciatore) è una grande risorsa cui guardare per il futuro, da difendere come fa la valle di Susa, che combatte contro «stupidissimi e meschinissimi interessi economici», da quando è l’economia a «dettare le leggi», che poi «la politica esegue», intascando «grandi affari», a beneficio di «quelli che ne approfitteranno». Secondo De Luca «bisogna riportare la politica al comando», come è avvenuto negli Usa: «Hanno eletto un presidente nero, uno che ha portato alla presidenza degli Stati Uniti delle idee e delle cattive intenzioni nei confronti dei profittatori economici. Da noi non è ancora successo, ma dovrà succedere».
9 Marzo 2010
Giorgio Cattaneo
Articolo tratto da www.libreidee.org/


















