Università di Torino- La cooperativa CoopCulture ritira i licenziamenti
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Comunicato stampa bibliotecari in sciopero: la cooperativa CoopCulture ritira i licenziamenti, i bibliotecari tornano a lavorare.
Oggi l’incontro tra i dipendenti-soci e l’amministratore area Nord Adriano Rizzi si è risolto con un chiarimento delle parti che ha portato alla firma di un accordo, e un riconoscimento del cattivo funzionamento della comunicazione interna da parte della CoopCulture.
L’amministratore ha presentato un ammanco di ore calcolato in 1779,68 a fronte del quale sostiene di non poter garantire gli stipendi per tutti e 33 i dipendenti dell’appalto.
I soci-dipendenti hanno chiesto alla cooperativa di accettare la ripetizione dell’appalto in essere fino al 31 dicembre 2013 e di conseguenza di presentare un memorandum all’Università per richiedere la copertura di questo ammanco di ore.
Nel caso tale richiesta non vada a buon fine i lavoratori hanno ottenuto l’impegno da parte della cooperativa di recarsi in Regione per chiedere di attivare gli ammortizzatori sociali previsti per legge. In quella sede ci sarà l’opportunità, finalmente, di avere accesso e verificare i conti illustratti, per ora, solo a voce.
I lavoratori-soci ringraziano gli studenti, i precari dell’Università, i dipendenti delle altre cooperative che anche oggi si sono riuniti in presidio sotto le finestre della cooperativa e che hanno sostenuto la nostra lotta e il nostro sciopero.
Torino, 22 Maggio 2013
Bibliocoop-Flaica Cub Torino
Rovesciare il tavolo
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La risposta del governo al dilagare della disoccupazione è davvero originale, percorre una via davvero inesplorata in questi ultimi trenta anni, la maggiore flessibilità del lavoro! Più contratti precari e più precarietà nei contratti e, udite udite, la staffetta genitori figli, mezzo lavoro a me, mezzo lavoro a te, prendi due e paghi uno. Ma che vadano all’inferno.
Ancora una volta dobbiamo sorbirci la stampa di regime che presenta queste come soluzioni riformiste finalmente concrete, tanto quando falliranno clamorosamente, come è sicuro, potrà sempre concentrarsi sulle diarie dei parlamentari o sui dissidi nel PD o tra i 5 Stelle.
È così che un paese muore, per colpa della sua classe dirigente allargata, che al momento buono sa solo riproporre ricette liberiste, affrontando la crisi con dosi sempre più alte di ciò che della crisi è proprio la causa.
E poi ci si stupisce che Berlusconi sia sempre lì, è il suo programma che stanno realizzando tutti quelli che governano.
Non viene neanche più voglia di fare proposte alternative, tanto non ti ascoltano. Ridurre l’orario di lavoro e abbassare l’età della pensione, senza chiedere a chi ha i redditi più bassi di tagliarli ancora. Fare investimenti pubblici per case scuole ed ospedali, per l’ambiente e la cultura. Riconvertire il sistema industriale e nazionalizzare tutto ciò che serve ed il mercato distrugge. Usare i soldi della Tav e degli F35 per ricostruire L’Aquila.
Ma dai, queste non sono proposte concrete, questo è fare ideologia. E allora il Palazzo risponde meccanicamente : “perché, voi che non siete d’accordo, non fate proposte alternative?”
Non vogliono sentire nulla che metta in discussione davvero la politica di austerità, perché sono parte costituente di essa da trenta anni. Così se si taglia l’Imu si alza l’Iva, se si licenzia si assume, se uno mangia l’altro digiuna.
È la solita coperta troppo corta che serve soprattutto a coprire lor signori.
È inutile che diversi premi Nobel della economia affermino che di austerità si muore in Europa, anzi muore L’Europa.
La governance bancaria continentale di cui il nostro governo è parte non ascolta, non risponde, va avanti con la flessibilità e la competitività.
La manifestazione della FIOM di sabato ha così avuto immediata risposta. Avanti, anzi indietro come sempre. D’altra parte anche Maurizio Landini aveva affermato che non si scendeva in piazza contro il governo. Contro chi allora? Se si manifesta a metà, si viene ignorati del tutto.
La crisi del paese si aggrava anche perché tutto ruota attorno al solito vecchio teatrino. Il PD non era ufficialmente alla manifestazione dei metalmeccanici? Ma chissenefrega.
Nascerà la nuova sinistra da quella piazza S.Giovanni? Direi proprio di no e in ogni caso c’è bisogno di ben altro
C’è bisogno di rovesciare l’austerità nel solo modo possibile, cancellando i patti europei che la impongono. L’esatto opposto di quanto periodicamente ripropone il Presidente Giorgio Napolitano.
C’è bisogno di affermare con azioni concrete che il solo debito legittimo è quello verso i poveri, citazione testuale del nuovo Pontefice.
Bisogna finirla con il moderatismo, la concertazione e la passività delle confederazioni sindacali, che ancora tentano di accordarsi con la Confindustria su come rendere esigibili quegli accordi che rendono più flessibile il lavoro.
C’è bisogno di rovesciare il tavolo dove si siedono a decidere tutti quelli che non ascoltano e continuano come sempre.
C’è bisogno di coerenza e di fare sul serio. Come le lavoratrici e i lavoratori del San Raffaele, che hanno fatto ritirare i licenziamenti e reintegrare i licenziati, dopo aver bocciato l’accordo di CGIL CISL UIL e continuato a lottare.
La loro vittoria ci insegna che si può fare quel che c’è da fare.
Giorgio Cremaschi
TAV: ora basta, ce lo chiede l’Europa
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La Francia ha deciso di non costruire più la Torino-Lione. Basta, stop, fine, kaputt. Del mitico corridoio 5 resta solo la tratta PD.
Vi svelo un segreto, in realtà di Pulcinella se non per l’informazione nostrana: la Francia ormai ha deciso di non costruire il Tav Torino-Lione. Manca ancora la firma sul certificato di morte del progetto: poi bisognerà incaricare qualcuno di dare il doloroso annuncio ai Letta bipartizan nella stanza dei bottoni e – soprattutto – alla nazione.
In genere non merita neanche di essere letta la gran parte di quello che si scrive in Italia sul mitico buco di 57 chilometri sotto le Alpi nel quale sfrecceranno treni con forza cieca di baleno: quel buco che “ci porterà in Europa” (come se fossimo in Asia…) e che s’ha da fare, a costo di tritare le ossa ai valsusini, perché “ce lo chiede l’Europa”. Quella roba non merita di esser letta per almeno due buoni motivi: primo, per i governi italiani e i media mainstream l’utilità del Tav è una sorta di dogma di fede (nonché lo spartiacque fra buoni e cattivi) mentre in realtà quel buco non serve se non a farci spendere montagne di soldi che finiranno in mano ai soliti amici degli amici. E poi, secondo motivo: mentre qui ci si affanna a dar spazio alla solita “guerriglia No Tav” e alla sua incursione nel cantiere, in Francia del Tav Torino-Lione non si parla proprio più. Ormai ci hanno messo una pietra sopra: amen e requiem aeternam, non basterebbe un miracolo per la resurrezione.
Nell’estate scorsa il Governo francese ha cominciato a dire che, per ragioni di budget, bisognava ripensare le linee ferroviarie a grande velocità previste ma non ancora realizzate: in cima alla lista dei più doverosi ripensamenti c’era proprio la Torino-Lione. Poi un ex ministro dei Trasporti, Jean-Louis Bianco, è stato incaricato di guidare una commissione per riformare l’intero sistema ferroviario francese: il rapporto preliminare raccomanda di non costruire nuove linee a grande velocità per arginare il debito cronico del settore. Infine, il recente rapporto completo del 22 aprile esorta a capovolgere la politica che finora ha privilegiato la grande velocità e a migliorare invece la qualità del servizio offerto ai pendolari che salgono tutti i giorni sul treno.
E adesso? Il nuovo slogan è bello e pronto: basta con il TAV, ce lo chiede l’Europa!
Debora Billi
Verso il collasso del sistema accademico
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Il sistema universitario e della ricerca italiana sta affondando: la “riforma Gelmini”, con tutti i successivi tagli, porta al collasso definitivo.
Il sistema universitario e della ricerca italiana sta affondando: la riforma Gelmini, unita al taglio dei finanziamenti operato da Tremonti e ai recenti provvedimenti del governo Monti, sta portando il sistema al collasso definitivo. Non si è trattato né di una casualità, né del frutto d’insipienza, quanto invece di un attacco molto ben preparato e condotto a termine attraverso una determinazione, da parte del governo Berlusconi, pari solo all’attacco permanente verso la magistratura e grazie a un’opposizione politica che quando non è stata d’accordo (raramente) non ha certo brillato per avere un ruolo attivo di contrasto.
Il ministro Profumo, prima di lasciare il governo, ha firmato il decreto in cui è previsto un taglio di 300 milioni di euro al finanziamento ordinario delle università per il 2013, che cala così di quasi il 20% rispetto al 2009. Dunque, si passa da una situazione in cui si riusciva a stento a mantenere il funzionamento ordinario a una situazione in cui ci sono ben trenta atenei a rischio default: in pratica non avranno le risorse per pagare gli stipendi. Come ci si potrebbe aspettare gli atenei più a rischio sono quelli dell’Italia meridionale: Foggia, Cassino, Napoli, Bari, Palermo, ecc.
In questa situazione il barocco meccanismo dell’abilitazione scientifica nazionale, attraverso il quale si sarebbero dovuti reclutare i nuovi professori, produrrà un fiasco epocale, in cui i neoabilitati non avranno alcuna speranza di essere assunti – se non per una frazione ridicola. Il nuovo primo ministro ha recentemente dichiarato che si dimetterà se si dovranno fare tagli alla cultura, ricerca, università: ma i tagli sono stati già fatti e ormai, anche in assenza di nuovi tagli, il sistema si avvia al collasso.
L’emergenza “default” si somma a una serie di “storiche” emergenze che si sono aggravate nella scorsa legislatura: il fondo del diritto allo studio è crollato così come le immatricolazioni, i fondi per la ricerca di base sono calati del 50% nell’ultimo anno mentre le tasse universitarie continuano ad aumentare. Il nuovo ministro dell’istruzione si trova dunque a operare in una situazione di estrema criticità. Il problema chiave è che il ministero dell’economia verrà con ogni probabilità amministrato con la stessa logica che ha guidato i ministri del recente passato e che è quella della destra più ottusa e reazionaria: per ridurre la pressione fiscale proveniente dalle spese sociali, la ricetta consiste semplicemente nel tagliare e privatizzare al massimo i servizi oggi offerti dal welfare state, come se lo sviluppo potesse nascere dal taglio dell’Imu piuttosto che dall’investimento in innovazione e ricerca.
Tuttavia l’ampia maggioranza parlamentare di questo governo non si riflette in un consenso diffuso nel paese. Al contrario i due principali partiti che formano il governo hanno chiesto i voti al proprio elettorato promettendo un governo in contrasto l’uno con l’altro. In particolare, il centro sinistra si proponeva di attuare una politica capace di marcare una discontinuità netta con il recente passato: si è verificato esattamente l’opposto. La situazione politica generale è dunque molto fragile: al primo serio scoglio, che può ben essere costituito dal default degli atenei dell’Italia meridionale, le contraddizioni di questo governo non mancheranno di saltare fuori.
Francesco Sylos Labini
Torino, sciopero dei bibliocooperatori: una lotta esemplare di un gruppo compatto di lavoratrici e lavoratori
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L’Università di Torino fin dal 1991 ha esternalizzato in parte il servizio reference delle biblioteche dell’Ateneo. Con il termine reference si intende il servizio di consulenza e prestito dei libri al pubblico. La ragione di questa esternalizzazione è presto detta: l’Università voleva ampliare il servizio al pubblico senza aumentare i propri dipendenti e senza doversi trovare a pagare eventuali straordinari e indennità per lavoro su orari diversi da quelli consueti delle strutture universitarie.
Fin da allora il servizio è stato esternalizzato in più lotti: all’inizio tre, con il tempo solo due. Negli anni diverse cooperative si sono alternate nel fornire un servizio che, fin dall’inizio, si è caratterizzato come una vera e propria intermediazione di manodopera. Il contributo apportato dalle cooperative ad un servizio disegnato interamente dal committente è stato quello di aumentare le ore di servizio rispetto alle richieste dell’Università.
Naturalmente a pagare le offerte delle coop erano i lavoratori che, da sempre, si sono trovati ad affrontare continue richieste di abbattimento del proprio reddito rispetto a quanto previsto dal capitolato della gara d’appalto.
In questo quadro l’avvio di una sindacalizzazione ha portato a un progressivo miglioramento della condizione interna di lavoratrici e lavoratori delle coop, respingendo anche i tentativi dell’Università di ridurre la base d’appalto con una sequela di scioperi assolutamente impressionante nel corso dell’Autunno del 2007.
Quell’anno gli scioperi partecipatissimi furono otto in meno di due mesi; ogni volta le biblioteche dell’Università dovettero essere chiuse. A conferma che la lotta, se ben condotta, da buoni risultati, in quell’occasione il Consiglio d’Amministrazione dell’Ateneo torinese venne piegato.
Nel frattempo la controriforma universitaria Gelmini ha prodotto situazioni assolutamente paradossali anche nelle biblioteche universitarie torinesi. A fronte di alcune decine di pensionamenti negli uffici dell’Ateneo, e di un numero di 26 tra i bibliotecari, dal 2009 ad oggi non abbiamo avuto nessuna assunzione in ateneo e tanto meno nelle biblioteche.
Il ruolo dei bibliocoop (bibliotecari cooperativi) è quindi cresciuto nel tempo fino a al punto che si può dire che senza di loro l’apertura delle biblioteche è semplicemente impossibile. A fonte di questo la stessa università in questi anni non ha più cercato di ribassare la base d’asta, anche se ha continuato a non rialzarla in modo da rosicchiare ogni anno qualcosa. Il punto però di maggior gravità è il fatto che il rinnovo dell’appalto sia annuale ponendo così le basi per una situazione lavorativa ben oltre la precarietà.
Nel tempo i lotti dell’appalto sono diventati due; il primo ininterrottamente vinto da CoPat, cooperativa di area CL, ed un altro vinto altrettanto ininterrottamente da Codess cultura, cooperativa della Lega delle Coop.
Negli anni il lavoro della CUB nel senso della sindacalizzazione del piccolo comparto ha dato i suoi frutti: siamo l’unico sindacato presente e organizziamo 36 lavoratrici e lavoratori su 70 complessivi, compresi i sostituti ferie.
Dal 2009 ad oggi la pesantezza dell’attacco governativo alle nostre condizioni di vita a e di lavoro ci ha sostanzialmente costretto sulla difensiva.
Non sono mancate sconfitte come quando la CoPat è riuscita a convincere la maggioranza dei propri lavoratori a concedere due annualità della contribuzione sul proprio Tfr a favore della liquidità della cooperativa, minata dalle troppe amministrazioni pubbliche che non onorano (o che onorano con ritardi di anni) i propri conti.
Nel complesso, però, siamo riusciti ad organizzare la difesa del reddito e del posto di lavoro di questo piccolo comparto di lavoratori, dimostratosi peraltro attivo e combattivo.
Mentre avvenivano queste vicende la Codess si è fusa con una cooperativa romana dando vita alla Cooperativa Culture il cui baricentro si è spostato verso sud e verso un altro tipo di affare: non più gli appalti ma le concessioni di gestione di musei, servizi pubblici ed aree archeologiche. Situazioni come quella dell’Università di Torino hanno iniziato ad essere marginali (se non residuali) per la nuova cooperativa.
In questo quadro si deve situare la vicenda scaturita dal rinnovo della gara d’appalto svoltosi nel maggio del 2009. Tale gara si è basata su di un algoritmo abbastanza astruso studiato dai tecnici del governo dei tecnici allo scopo di ridurre gli importi delle gare bandite dalla Pubblica Amministrazione senza dichiararlo esplicitamente.
Il risultato della gara ha di nuovo premiato CoPat e Cooperativa Culture ma riducendo in tal modo l’importo della gara da impedire che il pagamento delle ore potesse essere completo. A quel punto come sindacato ci siamo detti disponibili a ricercare una soluzione per le ore di lavoro che sarebbero andate perdute ricorrendo agli ammortizzatori sociali, in specifico alla cassa integrazione in deroga. Allo stesso tempo abbiamo continuato la mobilitazione premendo sull’università in modo da ottenere le successive integrazioni (possibili nella misura del 20%) che avrebbero riportato in equilibrio le richiesta dell’Università e le offerte delle cooperative assegnatarie dell’appalto.
In poco meno di due mesi l’obiettivo è stato nuovamente raggiunto ottenendo le necessarie integrazioni che hanno annullato la perdita di ore prevista sull’appalto.
Il 23 Aprile, a quaranta giorni dalla scadenza dell’appalto, il Consiglio d’Amministrazione ha votato una prosecuzione di sei mesi dello stesso, prevedendo la continuazione dell’esercizio presente.
Colpevolmente l’Università non lo ha trasmesso alla Cooperativa Culture che in data 15 Maggio ha avviato la procedura per la messa in mobilità: in altre parole il licenziamento dei 33 lavoratrici e lavoratori del lotto due dell’appalto.
Naturalmente è impossibile che la cooperativa non fosse a conoscenza della prosecuzione chiesta dall’Università, ma la mancata comunicazione ufficiale è stata la scusa che ha permesso a Coop Culture di costruire una provocazione finalizzata ad ottenere da noi la rinuncia a parte del salario, della tredicesima o del tfr.
L’obiettivo vero della cooperativa è credibilmente il costo del lavoro, cioè il nostro costo. La complessa operazione messa in campo avrebbe dovuto avere come conseguenza la nostra sottomissione alle logiche di profitto messe in campo da Coop Culture.
Peccato per loro che le cose non stiano andando così: la reazione è stata immediata, il giorno stesso è stato proclamato uno sciopero a tempo indeterminato fino al ritiro delle procedure di mobilità in atto. Venerdì 16 un breve corteo ha attraversato il quartiere di San Salvario dove hanno sede sia la cooperativa che il sindacato.
Il corteo si conclude con l’occupazione della sede della cooperativa e con una trattativa impropria con gli unici dirigenti presenti nella sede torinese che, peraltro, non sono responsabili dell’appalto universitario.
Anche il sabato l’unica biblioteca solitamente aperta resta chiusa. Lo sciopero prosegue con adesione quasi bulgara. Venerdì anche i lavoratori e le lavoratrici della cooperativa assegnataria dell’altro lotto, la CoPat, scendono in sciopero in solidarietà con i loro colleghi licenziati.
Lunedì si riprende. A Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche sventolano bandiere della Cub mentre l’atrio è interamente occupato dallo striscione bibliocoop.
Una settantina tra lavoratori delle biblioteche, studenti, ricercatori e qualche strutturato presidiano l’atrio dove alle 11 inizia una breve ma partecipata assemblea; intervengono tutti: il sindacato, i lavoratori, gli studenti del Collettivo Universitario Autonomo e quelli aderenti agli Studenti Indipendenti, i ricercatori e una Rsu dell’Università con cui i rapporti sono positivi da anni.
Interviene anche il responsabile del servizio bibliotecario di ateneo che i lavoratori avevano già incontrato venerdì. Rassicura nuovamente tutti sulla continuità dell’appalto e da notizia della risposta data dalla cooperativa alla domanda dell’Università sulla volontà di continuare l’appalto.
Non esiste più alcuna ragione credibile per mantenere in piedi una procedura di licenziamento. Nonostante questo la cooperativa non fa un passo indietro. Non lo facciamo neanche noi.
Tutti insieme si improvvisa un nuovo corteo fino alla sede della cooperativa. Il centro viene bloccato e la polizia non ci intercetta fino quasi all’arrivo. Qui dopo un sit in di circa mezz’ora, trascorsa nell’inutile attesa che i vertici della cooperativa già avvertiti scendessero in strada per dialogare con noi, una delegazione di lavoratori raggiunge la sede e improvvisa una nuova assemblea all’interno dell’appartamento. Nuovamente la cooperativa rifiuta di sospendere la procedura, nuovamente noi rifiutiamo di sospendere lo sciopero.
Domani il Consiglio di amministrazione dell’Università si riunirà alle 14 per decidere del nuovo appalto che andrà rinnovato a Dicembre.
Noi chiediamo da tempo insistentemente che venga triennalizzato anche per limitare la possibilità di ricatto delle cooperative. La riunione straordinaria è indetta sotto la pressione dei licenziamenti e della nostra reazione decisa; si tratta quindi di una buona occasione per rilanciare la mobilitazione. Decidiamo di concentrarci in corteo alle 11 al nuovo campus inaugurato da Profumo e mai realmente partito per arrivare fino al rettorato e seguire in massa i lavori del consiglio d’amministrazione.
Quella di domani sarà una giornata decisiva nella battaglia in corso, anche in previsione dell’incontro sindacale congiunto tra cooperativa e sindacato indetto per mercoledì 22 alle 14, il cui esito non potrà che essere influenzato dal risultato di un CdA che si annuncia straordinario non solo nelle forme ma anche nell’oggetto del contendere: trasformare un appalto annuale in triennale vuole dire costruire un meccanismo di maggiore garanza per lavoratrici e lavoratori che negli anni sono passati da essere quelli che fanno un lavoro temporaneo ad essere dei veri e propri professionisti di un lavoro bello e difficile che non riesce ancora a conquistarsi l’importanza che dovrebbe avere.
Torino 20.Maggio.2013
Stefano Capello













